Pink Talent: Paola Ruffoli, la floricoltrice


Paola Ruffoli è il nome del talento pink di oggi ed è un talento fuori dal comune perché ha scelto di mettersi alla prova in un campo (e mai scelta terminologica fu più azzeccata) davvero inconsueto per una donna: la floricoltura.
Pazienza, grinta, attenzione per i dettagli, perfetta sintonia con i ritmi naturali ma anche la ricerca della bellezza, sono gli ingredienti di una passione a metà tra i sogni e il radicamento – letterale e metaforico – a terra. Qualche domanda per conoscerla meglio.

Vuoi raccontarci come nasce la passione per i fiori e la decisione di lavorare in un campo tradizionalmente riservato all'imprenditoria maschile?

Ho sempre avuto la passione per la campagna sotto ogni forma. Ho lavorato come groom di scuderia, fatto la stagionale per vendemmie e raccolta olive; detestando il caos cittadino ho sempre coltivato il sogno nel cassetto di fare qualcosa in campagna, dove fra l'altro il tempo è scandito dal ritmo della terra e non da quello vorticoso e frenetico dell'uomo.
Inoltre si toccano con mano i frutti del lavoro svolto, non come chi è costretto ad operare davanti ad una macchina che non permette di toccare concretamente quanto fatto. E la soddisfazione di veder crescere ciò che coltivi, in piena autonomia, non ha prezzo. Mi rendo conto di aver scoperto capacità che non credevo di possedere.

Con la famiglia abbiamo girato molto e sentivo il bisogno di fermarmi e mettere radici in un posto, cosa che sto cercando di fare dal 2004 ad oggi. La scelta di operare nel settore vivaistico, producendo piante in pieno campo invece di fiori in serra l'ho intrapresa in quanto sono a pochi chilometri da Pistoia, sede del più grande polo vivaistico italiano. Smerciano molto ma hanno difficoltà a coltivare e reperire le grandi quantità di piante che esportano o vendono su suolo italiano.

Così io che ho appena 6 mila mq. di terra, produco e vendo per vivaisti più grandi di me che non mi vedono come concorrente ma come fornitore, ed elimino a monte il problema di accaparrarmi un mercato che mi vedrebbe perdente visto che non potrei fare i prezzi di chi ha oltre 100 ettari e può lavorare su mercati che richiedono grandi quantitativi di merce che abbattono notevolmente il costo del prodotto. Fra l'altro credo di essere una delle poche donne, se non l'unica in zona, a gestire un vivaio in ogni sua fase produttiva.

Quali sono le opportunità concrete che una donna ha a disposizione per cimentarsi con successo in un campo come il tuo?

Opportunità concrete ci sono, anche se nella maggior parte dei casi le donne si orientano nella gestione di attività agricolo-ricettive o trasformazione di alimentari: tipicamente più femminili. Nell'ambito di lavori di produzione come il mio l'ostacolo di essere donna si fa sentire e notevolmente: settore tipicamente maschile una donna non viene presa subito in considerazione, deve faticare molto di più per ottenere gli stessi risultati di un uomo anche se viene apprezzato il grado di praticità tipico di una donna.

La forza fisica non è ne mai sarà quella di un uomo, infatti aziende femminili solitamente sono più meccanizzate e tecnologicamente più avanzate rispetto alle vecchie gestite da soli uomini. Anche perché comunque la donna pare sia più aperta ad innovazione e tecnologia, forse perché abituata a trovare soluzioni sempre diverse per gestire il quotidiano e conciliare casa-lavoro-famiglia, cosa che rende impossibile lo stare ancorata a vecchi metodi o schemi produttivi.

Altro tasto dolente è il rapporto con dipendenti e/o stagionali: a causa della crisi di manodopera in agricoltura i soli disponibili a fare certi lavori sono extracomunitari con una cultura nei confronti della donna molto diversa dalla nostra e da cui non amano molto farsi comandare. Far rispettare il mio ruolo e affermare la mia autorità è cosa difficile e dall'equilibrio delicato...

Il problema più grande però, e questo non è legato al genere, è l’alta barriera di ingresso, altissima per entrare a lavorare in agricoltura. Se non si viene da tradizioni contadine, con terreni, attrezzature e abitazioni già in possesso dei familiari, seppur con buone idee molte donne e giovani si vedono impossibilitati a scegliere questo tipo di attività. Qualcosa si sta muovendo ma siamo lontani dall'ottimo.

Secondo la tua esperienza, quanto c'è di "femminile" e quanto di "maschile" nel lavoro che fai? Passione per la bellezza, fatica fisica, capacità organizzative...

Di femminile c'è sicuramente la ricerca del bello, dell'ordine, della precisione, di soluzioni organizzative prese in tempi minori rispetto ad un uomo e che a volte mi vengono improvvise come una lampada che si illumina di colpo.
Di maschile sicuramente il look, abbigliamento sicuramente non da lady, mani callose, manicure che si sogna! L'unica cosa vera di maschile che vorrei è la forza fisica: facendo un lavoro come il mio ci si rende conto che la parità vera fra i due sessi non potrà mai esistere.

La tua attività presuppone competenze molto specifiche e capacità imprenditoriali ma c'è anche un elemento creativo non indifferente: di fatto, chi coltiva in qualche modo "crea". Un concetto profondamente femminile.

E' vero. Infatti molti mi dicono che sono creativa ed ogni tanto parto per qualche volo pindarico tipico fra l'altro del mio segno zodiacale che è il Cancro. Ma la terra non aspetta, se non fai quando è il momento il ciclo vitale fa il suo corso e si rischia di vanificare mesi di lavoro, e questo aiuta a tornare velocemente con i piedi per terra.

Consiglieresti ad altre donne di intraprendere la strada professionale che hai scelto? E perché?

Lo consiglierei solo a donne che amano mettersi alla prova, che non badano troppo all'estetica e alla moda per i motivi di cui sopra, che amano la vita all'aria aperta con tutti i pro e i contro di stare fuori estate e d’inverno e non temono sacrifici e lavoro duro, e che vogliono mettersi in proprio davvero. Perché se ti ammali o non lavori i soldi non arriveranno mai in fondo al mese. Ed un vivaio richiede minimo 3 anni di anticipazione finanziaria, visto che le piante necessitano del loro tempo per raggiungere dimensioni vendibili.

Questo significa che, come faccio ancora io, se non si possiedono risorse sufficienti per avviare, mantenere e mantenersi nei primi 5 anni di attività si è costretti a svolgere un secondo lavoro in attesa di raccogliere i primi guadagni che spesso vanno subito reinvestiti nell'attività. Con tante rinunce che mi vengono ripagate tutte le volte che riesco a piazzare una fornitura o che ricevo i complimenti per le mie piante.

Perché lo consiglierei comunque? Perché si vive il mondo nella sua forma più originale, secondo tempi che dalla notte dei tempi sono scanditi da stagioni e cicli luce/notte. Si contribuisce a migliorarlo mediante nuove zone verdi contribuendo ad abbellirlo con le nostre produzioni e sapendo che dove si lavora noi nuovo cemento non ci sarà. Si può operare a migliorare la cultura ed il rispetto per la natura, magari orientandosi verso metodi produttivi più ecosostenibili e meno invasivi ed inquinanti per l'ambiente e si può provare a far adottare questi metodi anche ai consumatori.

Perché i frutti ottenuti con le proprie mani e con i propri sforzi mi fanno sentire in pace con me stessa e bene. È un lavoro faticoso ma di una fatica "sana" che sparisce con una bella dormita e che mantiene in forma sia il corpo che la mente. È un lavoro sporco ma del tipo che va via dopo una bella doccia. E mi permette di vedere il lato bello e positivo del mondo invece di quello negativo.

Foto | Flickr

  • shares
  • Mail