Mal d’amore, solo una questione di chimica?

Gli addii non fanno mai piacere a nessuno, ma c’è chi non li tollera proprio. Le separazioni sono uno strazio, i distacchi vengono rimandati anche quando sarebbero necessari, la perdita di qualcuno è un dolore insostenibile da cui riprendersi è difficile come salire il K2 in monopattino.

Ora, invece di prendercela con la difficoltà della nostra psiche di ricucire gli strappi dati dalla scomparsa di una persona cara o dalla fine di una storia, invece di piangere sul nostro cuore infranto e ricamare sul dolore cercando un nuovo senso per ripartire, potremmo metterci l’anima martoriata in pace e dare la colpa a una molecola.

Almeno, è quanto sostiene uno studio di Oliver Bosch dell’Università tedesca di Regensburg e pubblicato dalla rivista Neuropsychopharmacology, del gruppo editoriale Nature. Bosch ha studiato le reazioni comportamentali e neurochimiche dell’arvicola, un piccolo mammifero che ha tra i suoi comportamenti istintivi la monogamia. Separando gli animaletti dalle partner, ha scoperto che i loro comportamenti depressivi sono associati all’aumento del fattore di rilascio della corticotropina. Allo stesso tempo, l’uso di inibitori chimici per bloccare l’attività della molecola ha fatto sparire i sintomi del mal d’amore, confermandone di fatto il legame.

Se il nesso dovesse rivelarsi valido anche per gli umani, chissà, un giorno ci potremmo ritrovare a rimettere insieme i cocci col collante di una nuova pillola. Ma siamo sicuri che il sollievo indotto per l’annullamento di uno stimolo dei neurotrasmettitori sia quello che vorremmo o che ci servirebbe? Dal dolore si impara, e imparare a gestirlo è fondamentale per evolvere, maturare, diventare più forti. Un conto è appoggiarsi a terapie, medicinali o santoni quando si è in difficoltà, un altro sarebbe trattarlo come un interruttore, da mettere sull’off pur di non affrontarlo.

Via: Ansa

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