Cina: il diritto alla vita è un optional


"Diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo; diritto al nome, alla cittadinanza, all’identità; diritto alla libera espressione, all’informazione, alla professione religiosa, alla riunione e all’associazione; diritto alla privacy; diritto all’onore e alla reputazione". Questi i diritti inalienabili che l’intera comunità internazionale riconosce ed accetta come regole a cui non è concessa alcuna deroga. Nel linguaggio giuridico internazionale, viene inteso nel senso che nessuno Stato, od ente, può deliberatamente privare la persona dei propri diritti fondamentali.

Il 20 novembre 1989 i rappresentanti degli Stati del pianeta, riuniti in Assemblea Generale dell’ONU, hanno approvano all’unanimità il testo della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia. Quell’atto formale racchiudeva in sé un significato di portata storica. Per la prima volta i diritti dei bambini entravano a pieno titolo nel mondo giuridico internazionale. La grande novità contenuta in questa convenzione consiste nell’affermazione della soggettività del minore, ritenuto ora soggetto di diritti fondamentali, e non più solo oggetto di una speciale protezione nei rapporti giuridici familiari ed extrafamiliari. All’atto della ratifica, la Repubblica Popolare Cinese ha posto una riserva all’articolo 6 della Convenzione, che recita:

"Gli Stati parti riconoscono che ogni fanciullo ha un diritto inerente alla vita. Gli Stati parti assicurano in tutta la misura possibile la sopravvivenza e lo sviluppo del fanciullo".

Il governo cinese ha dichiarato che adempirà ai suoi obblighi sotto il prerequisito che la Convenzione concordi con le disposizioni nazionali riguardanti la pianificazione familiare indicate nella Costituzione e nella Legge dei minori. La Cina ha voluto mantenere la propria definizione di “vita”, come ciò che inizia solo dopo la nascita.

L’osservatorio dal quale mi è permesso di scrutare è il mondo di una giovane donna, e spesso quello che vedo mi lascia attonita e sconcertata.

Malgrado le numerose misure di tutela e di prevenzione per i diritti dell’infanzia poste in essere dal Governo cinese, disuguaglianza di genere e politica del figlio unico seguitano ad essere le principali cause dell’arretratezza dello sviluppo umano in Cina. Scarse le misure attuate nei confronti della discriminazione sessuale e solo di recente c'è stata una presa di coscienza da parte del Governo cinese di modificare le legge sulla pianificazione familiare a favore di un incentivo delle nascite.

Con la riserva all’art.6, infanticidi ed aborti selettivi trovano un’attenuante e, se vengono analizzate le cause all’origine, si arriva a delineare i fattori che contribuiscono a determinare questa situazione: globalizzazione e libero mercato. Quest’affermazione potrebbe sembrare, a prima vista, inappropriata e fuorviante, tuttavia se ci si sofferma solo un attimo a pensare che avere il secondo figlio comporta il pagamento di una sanzione pari a 15 mila euro (mentre il reddito di una famiglia media cinese è di circa 750 euro annui), tutto acquista un sapore diverso.

La strategia propria della globalizzazione sostiene che: “per ottenere sviluppo è necessario aprirsi al mercato globale, i cui principi basilari sono quelli della libertà di commercio e del capitale”. In realtà, in alcuni casi come quello della Cina, l’applicazione di tale strategia non è stata del tutto equilibrata, nel senso che il Paese ha ceduto sovranità a questo standard globale, pur nell’inconsapevolezza del rilievo di detto passaggio. Infatti, l’apertura al mercato globale di un sistema finanziario poco trasparente rischia di provocare una profonda crisi, qualora non vengano contemporaneamente poste in essere le necessarie modifiche alle istituzioni ed al modello sociale di riferimento.

Un problema sotteso al processo di globalizzazione è che, dove c’è solo il liberismo economico ma mancano ancora istituzioni democratiche e garantiste, il mercato e il denaro rischiano di divenire l’unico valore perseguito. Il libero mercato si è affermato come valore positivo, in quanto strumento di espansione economica, modello funzionale alla crescita degli Stati. Lo scenario che ne deriva è il seguente: da un alto la crescita dell’economia, dall’altro la probabilità di vedere schiacciato e annientato qualsiasi altro valore. Questo problema già presente nei Paesi socialmente ed economicamente più progrediti con una tradizione di istituzioni democratiche alle spalle, ma si aggrava ancor più in quelli con istituzioni meno solide.

Quando il liberismo economico si diffonde in quei paesi come la Cina in cui latita la difesa dei diritti umani, sono tangibilmente soddisfatte le condizioni perché essi vengano calpestati brutalmente in nome dell’unico valore che riesce ad affermarsi: la crescita economica.

Tra le maglie dello straordinario sviluppo della Cina si nasconde però un nodo: l’inarrestabile corsa di Pechino (dal punto di vista economico, commerciale e militare) non è infatti accompagnata parallelamente dal recupero della ormai sdoppiata società cinese: quella ipertecnologizzata e quindi più evoluta, e quella medievale e schiavista che paga un ritardo abissale in termini di tutela dei diritti individuali e sociali e che invece necessita di stare al passo con la prima. La Cina ora gode di vantaggi competitivi sul mercato mondiale, ma poggia su presupposti non sani. Da qui una domanda: qual è il senso e quali le logiche cui ci si attiene quando i valori economici surclassano i millenari valori morali ed etici, non solo cinesi?

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