Le donne nella scuola, le tappe dell'insegnamento femminile nell'età contemporanea

Il 24 settembre si avvicina e con esso cresce l'ansia e le aspettative legate al maxi concorso del Miur che promette quasi 12000 cattedre suddivise fra tutti gli ordini scolastici. Come dicevamo, il 24 è il giorno fissato per la pubblicazione del bando sulla Gazzetta Ufficiale e qua e là si riescono a carpire indiscrezioni sulle modalità di accesso e preselezione, passaggio obbligatorio dovuto alle stime previsionali delle domande attese: 11892 posti contro 200mila domande preventivate.

E quindi, via di quiz telematico preselettivo, uguale per tutte le classi di concorso, basato su informatica, lingue, analisi del testo e logica, oltre che sulla sempre presente cultura generale. E mentre gli aspiranti docenti si accapigliano in modo unisex, sperando di avere finalmente quella cattedra tanto attesa, a Pinkblog viene spontaneo pensare a come sia cambiato il mondo dell'insegnamento nell'arco della storia contemporanea, passando da un blocco totale dell'accesso per le donne nel ricoprire certe cariche, ad un sorpasso totale da parte delle maestre in gonnella delle loro controparti maschili e, tanto più di quelle in abito talare.

Ricordiamo che in Italia fino al 1859, anno in cui uscì la legge Casati, il regio decreto legislativo che dava vita al Ministero della Pubblica Istruzione, l'insegnamento era appannaggio della Chiesa Cattolica. L'istruzione privata di stampo religioso non scomparve, ma ad essa fu affiancata quella pubblica di tipo laico, che si riservava il diritto di rilasciare diplomi e licenze. Una vera rivoluzione.

L'Unità d'Italia poi, non fece altro che favorire l'accesso all'insegnamento primario delle donne, giudicate naturalmente predisposte ad istruire i bambini e, nondimeno, retribuibili in modo meno oneroso rispetto ai maestri uomini. Si stima, infatti, che lo stipendio degli insegnanti maschi, fosse, a parità di cattedra, superiore rispetto a quello delle donne. Tanto più che esistevano differenze retributive fra scuole di città e scuole di campagna, scuole
di ciclo superiore e inferiore che si distinguevano ulteriormente in base al sesso degli allievi che identificava scuole maschili e femminili.

Durante in ventennio fascista, si assistette ad una battuta d'arresto nel processo di parificazione di ruoli e salari, dato che il regime identificava il ruolo della donna come mera fattrice e "angelo del focolare", strappandole le conquiste lavorative che si era guadagnata. Fu un salto indietro importante che si concretizzò nella nota riforma Gentile, giudicata ancora oggi una delle misure più sessiste della storia che portò ad una defemminilizzazione ferrea del corpo insegnante.

Ci pensò la seconda guerra mondiale a ribaltare le carte in tavola. Mentre gli uomini erano occupati al fronte, le loro mogli, fidanzate e sorelle, si ritrovarono a dover ricoprire i ruoli lavorativi dei loro congiunti, per portare i soldi a casa e mandare avanti la famiglia. È triste come solo un fenomeno tanto grave come un conflitto bellico, sia stato in grado, per ragioni di necessità, di dimostrare che la donna non è solo madre, ma anche bracciante, operaia, insegnante degna di tale nome.

Non ci si è abituati subito neppure al fatto di vedere la donna iscriversi ad istituti scientifici, all'università, laurearsi e ricoprire ruoli di prestigio. Non stupisce che nel secolo scorso, nonostante le leggi favorissero l'accesso di ambo i sessi all'istruzione superiore, fossero ancora poche le donne che sfidavano le convenzioni sociali! Tanto più che nessuna di queste poteva sperare di occupare i vertici della piramide, potendosi accontentare del ruolo di assistente o portaborse, nonostante i meriti.

E oggi? La femminilizzazione della scuola è un trend in ascesa. Il 100% degli insegnanti della scuola dell'infanzia è donna, così come il quasi 96% di quella primaria e il 60,3 di quella superiore (dati presi da sito lapoesiaelospirito). Ma a le donne questo basta? Le insegnanti hanno l'apprezzamento che meritano, specie con questi chiari di luna? È fuori di dubbio che la concorrenza così stregua fra futuri docenti spesso esacerba gli animi e fa perdere la bussola, così come le classi sempre più piene e le aule sempre meno dotate di gessi, cancellini e mappe geografiche fanno perdere ogni speranza ai professori già insediati.

E mentre in molti continuano a lasciarsi accarezzare dalla possibilità di fuggire all'estero per far fortuna, qui in Italia la crisi non lascia da parte alcun ambito lavorativo. Resta saldo un unico concetto: la classe operaia manda i figli alla scuola pubblica e ne rende futuri disoccupati, per quella dirigenziale, abituata a puntare sull'istruzione privata e pluripremiata, non c'è crisi che tenga. Infondo si sa, nella stanza dei bottoni non c'è posto per tutti, ma solo per pochi eletti di nobile stirpe.

Foto | Flickr

  • shares
  • Mail