Vita da docente precaria: ve lo racconto io com'è


Il giusto atteggiamento può trasformare lo stress negativo in stress positivo”. Lo diceva proprio il padre dello stress Hans Selye, però come si sa, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. La scuola è precisamente uno di quei settori o mondi (chiamatelo come più vi piace) in cui è oltremodo necessario trovare il giusto atteggiamento per non soccombere allo stress che ogni giorno scaturisce da situazioni sempre nuove e spesso imprevedibili. Di ogni genere: da quello che succede in classe, alle condizioni di lavoro.

Oggi, in Italia, la scuola è un incredibile garbuglio di fili, difficile da sbrogliare. Ci si muove come equilibristi e si barcolla col rischio di cadere se appena soffia un po’ di vento. “E’ un posto pubblico”, ti dicono in molti, come se fosse il tesoro di Re Salomone. Per le mentalità un po’ antiquate, essere un docente è un lavoro di lusso. Ma la verità è che acquista valore (anche se limitato) solo se ci lavori a tempo indeterminato, ovvero se sei un docente di ruolo.

Il precario è precario in tutto. La precarietà con cui vive è direttamente proporzionale alla perfezione con cui un meraviglioso abito nuziale viene cucito addosso alla sposa. Questo è il problema più grande e non trova soluzione finché si rientra nella speciale categoria “docenti precari”.

Una vita da precario, che non è una canzone di Ligabue ma invitiamo lui e anche altri cantanti a scrivercene una, è complicata da gestire e non senza delusioni e sofferenza emotiva.

Vi racconto com'è la scuola dei precari in pratica, soprattutto per chi non ha idea di come funziona realmente.

La peculiarità più interessante è che non sai mai se a settembre verrai chiamato per posti vacanti o supplenze, poi quando vieni convocato c’è sempre la sorpresa del numero di ore che ti viene proposto, e varia da 2 a 18 a seconda della fortuna per il posto in graduatoria che occupi; ma dipende anche dall’eventualità di una riduzione dell’orario o, in rari casi, di un aumento. Se non sei tra coloro a cui viene offerta una cattedra intera o quasi, puoi sempre tentare la fortuna aspettando e sperando che un’altra scuola, in un luogo non ben identificato della provincia in cui sei inserito, ti offra uno spezzone orario che, nella migliore delle ipotesi, ti consente il completamento, altrimenti ti arrangi e lavori un anno con contratto part-time, e con tutto ciò che comporta lavorare ad esempio 4 ore a settimana. Ma non è finita qui, perché alla penuria di ore si aggiunge il quasi sempre orario scolastico, spalmato sulla settimana, in maniera indecente, perché se sei l’ultimo arrivato, e magari con poche ore di insegnamento da fare, non ti vengono di certo incontro. Ci sono prima gli insegnanti di ruolo da sistemare e accontentare. Capita di frequente, quindi, che lavori nelle prime ore della mattina oppure vai a riempire i buchi lasciati da altri, in questo modo il tuo orario, spesso e volentieri, non ha alcuna logica e, così, ti ritrovi il martedì con solo un’ora, tutte le restanti concentrate tra giovedì, venerdì e sabato, dalle 8 alle 14, con buchi di una o due ore tra una lezione e un’altra, e – dulcis in fundo - con la scuola a 80 km da casa. In ultimo, il tuo contratto, quando sei fortunato, scade puntualmente il 30 giugno di ogni anno, senza possibilità di continuità, a meno che non sei destinato a seguire gli esami di maturità.

In tutto questo, nonostante occupi una cattedra vacante, svolgi regolarmente lezione, rispetti i programmi e gli adempimenti scolastici, magari promuovi qualche progetto, sei comunque ritenuto “meno docente” rispetto a quelli di ruolo, che non fanno nulla di diverso da quello che fai tu, e se sei giovane è ancora peggio. Per qualche strano caso, la credibilità di chi è più giovane, vale di meno di chi insegna per esempio da 20 anni. Ad onor del vero, anche una bella fetta di studenti e genitori non ti dà la giusta considerazione, ritenendoti "di serie B”, proprio per gli stessi motivi appena citati.

Questa situazione procura insoddisfazione e delusione ogni minuto, al solo pensare che questo bellissimo e importantissimo lavoro non vede risultati tangibili né a livello economico né puramente lavorativo. A chi non piacerebbe lavorare in una scuola d’eccellenza, in classi educate, collaborative, partecipative, stimolanti, proattive, che ti richiedono di essere continuamente sul pezzo? A me sì, tantissimo, ma purtroppo questa è realtà di pochi. Per il resto cerchi di fare del tuo meglio, provando a tirare fuori la parte migliore dei tuoi studenti e lavorando su di loro singolarmente. Perché ognuno è diverso dall’altro e deve essere valorizzato in modo diverso. Anche i casi più problematici, quelli che non ti vedono nemmeno nella gerarchia del rispetto, che non hanno voglia di ascoltare e che spesso tolgono il diritto allo studio agli altri, non essendo disposti al normale svolgimento di una semplice lezione.

Ho sempre pensato che il sistema si potesse cambiare da dentro, perché l’istruzione è alla base di tutto. Ho sempre immaginato la scuola come un grande terreno da coltivare giorno per giorno, sotto il sole o sotto la pioggia. Sono sempre stata fortemente convinta che riuscire a trasmettere valori etici, a insegnare metodo di lavoro e di studio, a imparare ad avere una coscienza sociale critica avrebbe prodotto effetti più positivi in futuro, in confronto all’essere pignola sulle date o sulle definizioni.

Io insegno lingua e civiltà spagnola da quattro anni nelle scuole superiori e, per opinione comune e per dati di fatto, rientro nella categoria dei docenti precari. Ho 32 anni e la vita mi ha portato sulla strada dell’insegnamento un po’ per caso, dopo essere entrata a far parte del mondo del lavoro già da tempo. Purtroppo però, il sistema scuola, all’epoca della mia entrata, non viveva un momento granché propizio, in particolare perché erano bloccati tutti i canali per abilitarsi e, di conseguenza, per potersi creare l’opportunità di avere una situazione più stabile e, quindi, una qualità di vita migliore.

Oggi, a pochissimi giorni dalla seconda prova scritta del TFA (Tirocinio Formativo Attivo, il nuovo percorso abilitante sotto accusa oramai da tempo, che ha dato scandalo quest’estate e, se è vero che il buon giorno si vede dal mattino, continuerà a dare) e nel cuore del ciclone delle convocazioni da parte delle scuole, con l’annuncio del Ministero di un rinnovato bando per entrare di ruolo e con pochissime e confuse informazione su chi vi potrà partecipare, mi chiedo sempre più se sia giusto continuare a vivere in questo modo, in maniera così sacrificata e incerta, in balìa dei governi che si avvicendano e delle soluzioni kamikaze a cui siamo continuamente sottoposti. Avvilisce profondamente l’anima, sapere ogni giorno che queste condizioni non permettono di fare alcun progetto di vita. Oggi la media anagrafica per entrare in ruolo si attesta sui 45 anni, potrebbe anche essere più alta, ma in parte dipende anche dalla materia che si insegna. Per superare tutto ciò e trovare la forza e il giusto atteggiamento, è abbastanza sapere che metà dei tuoi studenti ha proseguito negli studi scegliendo la tua materia, nonostante tu l’abbia vivamente sconsigliato proprio per non creare altre generazioni di precari, e che molti di loro sono risultati tra i primi nelle graduatorie d’accesso a prestigiose scuole per interpreti e traduttori?

La scuola è questo e molto altro di più, bello e brutto, impossibile da dire in un unico post, ma l’unica certezza, in questo mare magnum di problemi, è che tutti abbiamo il diritto di vivere una vita dignitosa e provare ad essere felici.

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