Fiocco rosa. Gravidanza e maternità nei racconti delle donne italiane

Fiocco rosaDopo l’esperienza di Quote rosa, una nuova antologia tutta al femminile esce per Fernandel. Si chiama Fiocco rosa ed esplora la maternità affidandone il racconto a 17 giovani autrici che attraverso le loro parole danno voce alle donne che oggi affrontano l’essere mamme. E lo fanno come possono (e non sempre come vorrebbero) in una società che in molti modi limita o nega il diritto di scegliere di essere donne anche attraverso l’essere madri.

Questo libro è uno specchio: possiamo guardare noi stesse tra le sue parole e riconoscere come siamo, come potremmo diventare e come non vorremmo mai essere. C’è la maternità negata e quella sofferta, la maternità totalizzante e quella che scende a compromessi, la maternità presa a prestito e quella che tarda.

Questo libro è una donna, perché contiene le molte sfumature che sono in ogni donna, anche solo in potenza. Questo libro è una vanga, perché scava e mette a nudo sentimenti ed emozioni che abbiamo già provato o che abbiamo celato o che non abbiamo ancora conosciuto ma giacciono lì in attesa.

Tre delle autrici, Nadia Terranova, Luisa Ventola e Francesca Bonafini, ci raccontano il loro punto di vista su un argomento che è e rimane profondamente femminile, intimo e segreto ma che siamo anche capaci di condividere con slancio e sincerità. E i racconti lo dimostrano uno dopo l’altro, vibranti, vivi, tesi come le corde che in ciascuna di noi sono capaci di toccare.

Il racconto di Nadia Terranova esplora il rapporto con la madre dal doppio punto di vista di chi è figlia e al tempo stesso potenziale e futura madre. Un rapporto complesso e insidioso che porta al rifiuto della nuova maternità della madre e che allude ad un ritardo delle giovani donne di oggi. Siamo meno avventate o meno capaci di affrontare un salto nel vuoto come la maternità?

Oggi una venti/trentenne curiosa e desiderosa di conoscere il mondo ha continue opportunità golose: studi, specializzazioni, viaggi, stage all’estero, un continuo arricchimento culturale ed esperienziale. Non si può criticare chi decide di tuffarsi nella propria vita a tempo pieno, soprattutto oggi che l’età media si è allungata. Se non avessi onorato le opportunità che la vita mi ha dato mi sarei sentita come una che sputava nel piatto che le veniva offerto. Ma si tratta del mio percorso di vita, strettamente personale. Guardo con grande simpatia le ragazze che hanno avuto un figlio molto presto: sono anche loro delle piccole grandi combattenti. Direi che ciascuna scelta porta in sé un bagaglio diverso di gioie e di rinunce.

La trentenne del mio racconto non si è mai posta il problema: ha un lavoro stabile, è introversa, vive da sola e sembra avere trovato il suo equilibrio. Dico sembra perché poi, quando sua madre le comunica di essere incinta del nuovo compagno, il limbo di non-scelta le crolla addosso e le viene l’angoscioso sospetto, come giustamente hai detto tu, di essere in ritardo con i tempi della vita. Ha paura del coraggio di sua madre, il coraggio di una donna diventata mamma quando era poco più che una ragazzina e che oggi, cinquantenne, sfida di nuovo il mondo con una maternità tardiva. Forse anche lei, la protagonista, ha bisogno di un po’ di coraggio. Lo trova fra i paradossi di due situazioni difficili: il fratellastro in arrivo e la follia di un vicino di casa. E alla fine del racconto la troviamo pronta ad affrontare un nuovo decennio, un po’ più scompigliata ed elastica, meno perfettina e intransigente.

Luisa Ventola racconta una storia che appartiene a molte di noi, costrette a scegliere tra il lavoro e la maternità e a confrontarsi con una struttura sociale che espelle le madri dal sistema del lavoro perché considerate improduttive, assenteiste, troppo concentrate su se stesse e il proprio bambino. Uno scenario tanto tragico quanto reale che si infrange contro il coraggio di una scelta, quella di smettere di lavorare. Luisa, qual è la vera perdita, allora? Rinunciare al lavoro per essere madri o rinunciare ad un figlio per poter lavorare?

Credo che, purtroppo, si perda in ogni caso quando si è costrette a scegliere.
L’ideale sarebbe avere un figlio e continuare a lavorare potendosi avvantaggiare di contratti lavorativi adeguati e seri, e della presenza di strutture sociali funzionanti che permettano alle donne di soddisfare entrambi i desideri. Ma oggi questo vuol dire ancora “pretendere la luna”.
Ecco, la donna non dovrebbe essere sempre costretta a scegliere, ma quando lo fa è consapevole, in un caso o nell’altro, di perdere una parte importante di sé. La protagonista del mio racconto rinuncia al lavoro e, nonostante l’amarezza per un contratto part-time negatole, è inaspettatamente felice.

La storia di Francesca Bonafini è quella di una maternità contestata e giudicata sottovoce, agli angoli delle vie di paese e tra le chiacchiere delle donnette che non riconoscono amore dove ce n’è, ma solo dove dovrebbe esserci secondo convenzioni sociali stantie. Uno scenario asfittico e la stessa condanna si infligge la protagonista ricacciando in pancia per anni la verità. Ma poi l’orizzonte si allarga e il mondo oltre il confine accoglie un amore omosessuale e una maternità doppia che sembra amplificata.

Per questa antologia ho scelto di raccontare una maternità “altra”: due donne che si amano e che vogliono fortemente un figlio, una famiglia. In Italia l'istituzione della famiglia è intoccabile, santa e rigorosamente eterosessuale, ma a me sembra soprattutto una sacra famiglia dell'ipocrisia: coppie che stanno insieme per abitudine, per interesse, per paura della solitudine, per pigrizia, per conformismo. Perché, ad un certo punto della vita, sposarsi e metter su famiglia è quasi obbligatorio, in questo paese. Allora spesso lo si fa con leggerezza, per non sentirsi diversi, per essere accettati dal consorzio sociale. E poi si fanno figli, perché bisogna farli.

Inoltre, mi sembra che raramente le coppie riescano a rinnovare nel tempo i sentimenti reciproci, perché questo costa impegno, volontà, fatica, determinazione, e bisogna impegnarsi in due, altrimenti crolla tutto comunque. E ci vuole molta creatività per conservare la capacità di meravigliarsi, di emozionarsi, dopo tanti anni insieme.

A quanto pare è molto più facile cercare diversivi al di fuori del matrimonio, dal momento che questa è la pratica più diffusa, rimanendo però ipocritamente insieme, magari usando i figli come alibi per giustificarsi, per non prendersi la responsabilità di un rapporto di coppia ormai inesistente, così i figli crescono respirando menzogna. É tra i danni peggiori che si possano fare ad un figlio, secondo me. Son cose che si pagano care, una volta adulti.

Il mio racconto si intitola “La cura”, perché famiglia, per me, è soprattutto un luogo in cui ci si prende cura l'uno dell'altro, e non si tratta di elargire beni materiali (troppi genitori, forse, confondono l'amore con questo). La cura familiare ha la sua base in una coppia che si ama: non importa se è una coppia eterosessuale oppure omosessuale. Credo che per un figlio sia importante crescere avendo davanti agli occhi un esempio di amore reciproco, due genitori che si rispettano, e rispetto vuol dire soprattutto sincerità, schiettezza: che cosa importa se ad amarsi sono due donne, o due uomini, anziché una coppia eterosessuale?
Il resto, per me, è solo ipocrisia.

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