Sport: tutte le donne degli steroidi. Dal caso Didrikson al caso Semenya



Nella storia dello sport e delle Olimpiadi in particolare si sono sempre annoverati casi di femminilità dubbia, e sono cresciuti al crescere del ruolo della donna nelle competizioni internazionali. Episodi che alimentavano dubbi sul sesso di alcune atlete arrivate ai vertici mondiali, si sono sempre verificati.

Ripercorrendo la storia troviamo casi famosi sia dalle lontane Olimpiadi di Los Angeles nel 1932. Il caso di Mildred 'Babe' Didrikson, mascolina e sposa del lottatore George Zaharias, è rimasto irrisolto. Vinse due medaglie d’oro e una d’argento, campionessa in 15 sport, beve whisky e fuma sigari. Le indiscrezioni smettono di correre quando Mildred decide di interrompere la sua carriera.

Stella Walsh, nata in Polonia col nome di Stanislawa Walasiewicz, vinse i 100 metri a Los Angeles, seconda a Berlino 1936 dietro l’americana Helen Stephens, quest’ultima divenuta famosa per essere stata l’amante di Hitler. Entrambe accusate di mascolinità, la Stephen accetta di sottoporsi a controlli medici, la Walsh verrà esaminata solo su un tavolo per l’autopsia, vittima di una sparatoria durante una rapina in un supermercato di Cleveland. Il coroner dichiarerà “Davanti a un guazzabuglio di sessi, rinuncio ad approfondire il caso”. Con ogni probabilità la Walsh era un caso di mosaico.

Mary Edith Louise Weston, atleta britannica, divenne Mark Weston; la campionessa belga di ciclismo Elvira de Brujin cambiò nome in Willy de Brujin. Le francesi Claire Bresolles e Lea Caurla, argento con la 4x100 agli Europei del ‘46, e bronzo entrambe nello sprint, cambiarono sesso e diventarono Pierre e Leon (quest' ultimo farà anche il militare e si sposerà).

La cecoslovacca Zdenka Koubkova, due record del mondo negli 800 metri e una medaglia ai Mondiali femminili del 1934, venne riconosciuta nel 1943 come “pseudo-ermafrodita mascolina” e privata di tutti i titoli. Successivamente acquisì il nome di Zdenek Koubkov.

Dora Ratjen, non ancora maggiorenne a Berlino ’36, arrivò quarta nel salto in alto con 1.58 metri. Due anni più tardi vinse il titolo europeo con 1.70 metri ma venne bandita dalle gare perché era un uomo, anzi un transessuale. Solo nel 1957 dichiarò di essere stato costretto a travestirsi da donna dai nazisti. Successivamente scelse di chiamarsi Hermann Ratjen (Hermann come “hermaphrodite”).

Arriviamo poi alla sovietica Aleksandra Chudina. Nel 1952 alle Olimpiadi di Helsinki vinse due argenti nel salto in lungo e nel lancio del giavellotto, e un bronzo nel salto in alto. Un’atleta universale che a fine carriera contava 40 record e 50 titoli sovietici; inoltre, come pallavolista vinse tre titoli mondiali e quattro europei. Ma era un ermafrodita.

Famose anche le sorelle Press, Tamara Natanovna e Irina, la prima super-medagliata per il lancio del peso e del disco, e la seconda due medaglie d’oro per il pentathlon e gli 80 ostacoli alle Olimpiadi di Roma nel 1960 e di Tokyo nel 1964. Entrambe sparite dalla circolazione quando i controlli sul sesso degli atleti iniziarono ad essere più accurati e severi.

Ma durante la metà degli anni ’60 si assistette alla scomparsa di numerose atlete mondiali: la velocista polacca Ewa Klobukowska, la quattrocentista sovietica Maria Itkina, la lunghista sovietica Tatyana Shchelkanova e la saltatrice in alto romena Iolanda Balas. Tutte evitarono i nuovi controlli cromosomici e abbandonarono l'attività.

Altri casi famosi ebbero come protagoniste la sciatrice Erika Schinegger, diventata poi Erik, la tennista Renée Richards, ed infine la pesista della DDR (Deutsche Demokratische Republik, ovvero Repubblica Democratica Tedesca) Heidi Krieger, oro agli Europei del 1986 con 21.10 metri, sulla quale steroidi ed anabolizzanti ebbero un effetto devastante. I caratteri maschili erano così rilevanti che la costrinsero a trasformarsi in un uomo.

Heidi Krieger oggi si chiama Andreas, vive a Magdeburgo con la moglie Ute Krause, ex-nuotatrice della Ddr, a lui/lei è intitolato il Premio alla lotta al doping di Stato. Ed è lui che oggi difende la giovane Semenya: “E’ così triste e schifoso. Non sarebbero dovuti arrivare a tanto. Il problema andava risolto prima. E’ evidente che quella ragazza abbia un corpo mascolino, credevano che nessuno se ne accorgesse? Dovevano proteggerla e l’hanno mandata al macello. Non dovevano portarla ai Mondiali se oggi sono ancora qui ancora a dire ‘stiamo facendo dei test’. In questo modo l’hanno buttata in pasto all’opinione pubblica. Vi immaginate che significa camminare per la strada e sentire la gente che ti chiede: sei uomo o donna? Ha un nome da donna, è cresciuta come donna e si sente tale. Ha 18 anni e fino a ora è rimasta nel suo ambiente, in Sud Africa, dove non doveva affrontare la curiosità morbosa. E non avrebbe dovuto farlo mai. Hanno sbagliato tutti, gli allenatori e le federazioni”.

Ma facciamo un po’ di luce sui cromosomi. La coppia di cromosomi numero 23 è quella che definisce il sesso. Normalmente, i maschi sono identificati con la coppia XY, le femmine con XX. Tuttavia in soggetti non standard si possono riscontrare forme diverse come la XXY, la quale corrisponde alla “sindrome di Klinefelter”: si manifesta esteriormente con un’apparenza marcatamente mascolina, alta statura, gambe lunghe, infertilità, seno pronunciato e genitali più piccoli. Però esistono anche altre varianti come: XXYY, XXXY, XXXXY; e forme a mosaico come: XXY/XY o XXY/XXXY.

Nel 1964 il Cio (Comitato Olimpico Internazionale) decise di procedere al controllo cromosomico. Da questo momento in poi molte atlete interruppero bruscamente la loro carriera, ma i risultati ottenuti agli Europei di atletica del 1066 ed a Città del Messico nel 1968, dimostrarono che la situazione non era così semplice: non tutti erano XX o XY, ed erano state riscontrate numerose varianti. Dopo diversi anni, e dopo aver a lungo dibattuto sulla questione, il Cio, in occasione dei Giochi olimpici di Sydney nel 2000, varò la norma sui transessuali, in base alla quale “un transessuale, se legalmente riconosciuto di sesso maschile o femminile, può partecipare all’Olimpiade nella gara di competenza se ha superato un biennio di trattamento ormonale post-operatorio”. La norma ebbe effetto immediato, ma già all’Olimpiade di Atene non si sono avute notizie di iscrizioni di atleti di tale natura.

Ieri è arrivata la notizia dell'antidoping negativo per Caster Semenya da Gabriel Dolle, direttore del dipartimento medico e antidoping della federatletica mondiale: "L'atleta è stata sottoposta come le altre all'esame antidoping e non è stata rilevata nessuna anomalia, sia nel corso della procedura di prelievo che successivamente. Mi dispiace che la ragazza si sia trovata al centro di una polemica così furiosa. Adesso il suo caso non dipende più da noi ma dal gruppo di esperti, voluto da noi e dalla federazione sudafricana, che esaminerà approfonditamente il suo caso. Probabilmente i tempi per arrivare a una conclusione saranno lunghi, ma bisogna tutelare anche i diritti della persona".

  • shares
  • Mail