Alda Merini, muore la poetessa dell'amore ferito


A tutte le donne

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l'emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d'amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d'amore. (Alda Merini)

E’ nata e morta a Milano a 78 anni, Alda Merini. Si è spenta ieri 1° novembre all’ospedale San Paolo di Milano, fumando fino all’ultimo le sue sigarette, incurante del no dei medici. Uccisa da un tumore.

Considerata una delle più grandi poetesse del ‘900, la sua vita è stata segnata dall'esperienza della follia, dall’esperienza del manicomio e del disagio fisico ed economico. Era nata nel marzo del 1931, ed aveva iniziato a comporre le prime liriche giovanissima, all'età di 16 anni, sotto l’attenta guida di Angelo Romanò e Giacinto Spagnoletti. La sua prima raccolta di poesie, "La presenza di Orfeo", uscita da Schwarz nel 1953 riscosse un grandissimo successo da parte della critica. Si sono occupati di lei, fra gli altri, Oreste Macrì, David Maria Turoldo, Salvatore Quasimodo, Pier Paolo Pasolini, Carlo Batocchi, Maria Corti, Giovanni Raboni.

E’ la mancanza di amore, il grande male che si cela dietro le turbe di ognuno, diceva il dottor G, ovvero Enzo Gabrici, colui che salvò la vita ad Alda Merini, e che l’ha preceduta nella perfezione eterna solo da poche settimane. Restituire agli individui la propria umanità tornando ai momenti fondamentali dell’esistenza e cancellando i traumi generati dalla convinzione di essere soli, invisibili e indifesi.

Una donna costantemente in bilico tra le proprie paure e una tenerezza infinita. Una donna presa a schiaffi dalla vita. Una donna dal destino ingrato. La follia. Il manicomio. Il silenzio della poesia per venti anni. L’emarginazione. La rinascita.

Alda Merini scriveva su qualsiasi pezzo di carta. Improvvisava poesie per chiunque. Era sempre alla ricerca di denaro, e solo dopo il successo televisivo e la concessione del vitalizio della legge Bacchelli, la vita acquistò più colori. Non cambiò mai abitudini e stile, nemmeno quando vinse il premio “Montale- Guggenheim”. Con 36 milioni nella borsa si trasferì all’Hotel Certosa in corso San Gottardo, sempre a Milano, e vi rimase fino a quando non finirono. La maggior parte se ne andò regalata a tutti i barboni che incontrava e nell’acquisto di pelouche per gli amici.

La sua fragilità mista a generosità, la sua tenerezza, l’hanno resa un’icona mediatica, ma correndo anche il rischio di diventare un fenomeno da baraccone, spesso interpellata cinicamente per il suo passato doloroso e a volte al centro di polemiche pretestuose. Alda Merini rappresentò l’unico caso di poeta italiano che, da habitué del Maurizio Costanzo Show, riuscì a vendere 20.000 copie l’anno.

La Merini ha rappresentato e rappresenta una figura importante nella cultura italiana”, ha detto il sindaco di Milano, Letizia Moratti, nell’annunciare per mercoledì 14 novembre i funerali di Stato per la poetessa.

La poesia e la scrittura di Alda Merini, ricche di riferimenti della tradizione biblica e religiosa, sono sempre state semplici. E semplice non vuol dire facile. Il tema dominante della sua poesia rimane l’amore carnale e materno. L’amore ferito, l’amore sincero. Con lei muore la poesia della vocazione, la poesia pura, la poesia donata al mondo su due piccole mani.

Sono una piccola ape furibonda.
Mi piace cambiare di colore.
Mi piace cambiare di misura
(Alda Merini).

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