Sport e bellezza, un connubio non sempre accettato



E’ un po’ quello che è successo alla nazionale italiana femminile di pallavolo. Il destino le lega a doppio filo: le critiche successive alla sconfitta dopo la vittoria, e ora la conquista di un titolo mondiale (in questo caso) per la seconda volta contro tutti i pronostici.

In verità, parlando di casa nostra, quello che manca un po’ in generale è la chiarezza nelle idee e, pertanto, la coerenza. C’è sempre - ahimé - chi oggi plaude e domani fischia.

Il riferimento va al mondo della politica in particolare, che in rari casi ha puntato una stella e l’ha seguita fino in fondo nel bene e nel male.

Oggi è grande l’onore per le ragazze del tennis dopo la vittoria in Fed Cup (l’equivalente femminile della Coppa Davis NdR) e tanti nomi famosi si uniscono al coro di elogi. Tra i primi spunta il neo-presidente del Pd Rosy Bindi, che prova a togliersi un sassolino dalla scarpa dopo il botta e risposta con il Premier Berlusconi sulla figura a 360° della donna nella società italiana (anche se forse la si continua a preferire da una diversa prospettiva).

Eppure molti nel 2006 sostennero che il titolo era stato conquistato solo per un colpo di fortuna. L’anno dopo criticavano la perdita delle posizioni delle tenniste italiane nel ranking mondiale. Quest’anno erano risalite ma nessuno ci scommetteva sopra.

Poi basta una foto, una copertina, una pubblicità, e la sconfitta equivale ad una dichiarazione di morte.

Proprio come successe per le italiane del volley. Titolo mondiale nel 2002, sconfitta negli eventi successivi, ma quello che si proclamava a gran voce era la disfatta per opera della gloria effimera dei riflettori. Ricordo con particolare passione un’aspra critica del Signor Mentana dell’epoca su Rds, il quale le invitava a rimettere la testa a posto, a pensare di più agli allenamenti e meno alla bellezza. Un commento discutibilissimo, ma che nessuno ha discusso in verità. Arriviamo al limite del ridicolo quando i giocatori della nazionale italiana di calcio (sicuramente più dediti alle frivolezze della tv che ad altro, rispetto alle pallavoliste) hanno collezionato più fallimenti e - chissà perché (si fa per dire) - non sono state spese parole altrettanto critiche.

Mi è capitato di sentire molte volte che una donna atleta “non può” essere bella, perché se è bella “non si può” impegnare seriamente negli allenamenti, perché avrà sicuramente altro di più frivolo a cui pensare. E l’ironia è che se vince, non è nemmeno credibile. Poi penso ad Anna Kurnikova o ad Amanda Beard o alla nostra Valentina Vezzali, solo per citarne alcune. E mi chiedo poi come una Vezzali o una Pellegrini non siano state mangiate vive dalla critica per gli spot, i libri, le linee d’abbigliamento, le apparizioni in tv. Forse perché hanno sempre stravinto? Sì. Il segreto è uno solo: hanno avuto la fortuna di nascere super campionesse, battibili raramente, in un Paese dove basta una sconfitta spiattellata su tutte le pagine di giornale per cadere negli inferi. E dove non basta affrontare le dodici fatiche di Ercole per riacquistare la dignità persa. Sì, proprio così, in Italia se perdi un match, perdi la dignità. Se ricevi 12 avvisi di garanzia sei un superuomo e ti invitano a fare un reality show.

Un’atleta di questo livello non può essere minimamente paragonabile ad una insignificante velina. Eppure c’è chi l’ha fatto. Che la vittoria sia una straordinaria conferma della bravura di queste sportive, non dovrebbe sconvolgere. Eppure lo fa. Che questo successo abbia dato dignità al tennis femminile in Italia e allo sport italiano in generale, dovrebbe sconvolgere. Eppure non lo fa.

Il messaggio positivo che queste valenti atlete danno è che loro ci credono, ci hanno creduto e l’hanno dimostrato, anche a caro prezzo, soprattutto quando era rimasto solo un pugno di mosche a sostenerle. E questo accade spesso e volentieri quando le cose non vanno per il verso giusto. E’ un po’ il marchio di fabbrica di questo nostro Bel Paese: siamo insieme quando vinciamo (meriti a tutti anche a chi non ce li ha), “andate a lavorare” quando perdiamo.

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