Pippe letterarie: Resident Wonderland

Alice correva, correva senza mai voltarsi, consapevole che se lo avesse fatto, gli zombie l’avrebbero mangiata viva, non risparmiando niente delle sue bellissime curve. Erano i suoi compagni ad inseguirla, i suoi colleghi e amici, a loro volta uccisi e trasformati da altri zombie. La paura le scorreva nelle vene, dandole la forza per non arrendersi. Correva, correva, finchè un muro senza apparente via d’uscita le si parò davanti: dopo una disperata quanto vana ricerca di un appiglio per fuggire, Alice si voltò decisa e pronta ad affrontare i morti viventi: se doveva morire, l’avrebbe fatto da eroina. Li vedeva avanzare, famelici, coi volti trasfigurati dal desiderio della carne, verdi e bianchicci, con i denti insanguinati dalla precedente vittima. Ora erano così vicini che Alice poteva scorgere ancora cosa rimaneva del colore dei loro occhi e sentire il loro alito nauseabondo e putrescente... Così vicini, come la sua morte… così vicini…
Alice si vegliò di soprassalto: quello era il suo incubo ricorrente, così vivido da sembrare un ricordo. Eppure sapeva perfettamente che gli zombie non esistevano, ma i film dell’orrore che pure si ostinava a guardare, le facevano sempre un certo effetto.

Si guardò intorno e subito non si ricordò dove si trovava: c’erano dei sedili e percepiva movimento da alcuni finestrini, immersi nell’oscurità. Nel corridoio alla sua destra vide una cosa strana: un Bianconiglio piuttosto alto, ritto sulle zampe posteriori e vestito in modo elegante; brandendo un orologio a cipolla, faceva segno ad Alice di seguirlo. Scomparve correndo dietro una porta in fondo al corridoio; il suo cappello da capotreno ricordò ad Alice dove si trovava: sul treno che avrebbe portato lei e le sue colleghe della S.T.A.R.S. nell’Alveare. Alice era un’ agente speciale: l’Alveare era un bunker blindatissimo e sotterraneo, dove l’Umbrella Corporation portava avanti i suoi esperimenti sugli esseri umani. Una cosa illegale e per certi versi immorale, ma assolutamente necessaria all’umanità, indispensabile per garantire a tutte le persone un futuro duraturo e migliore: come avrebbero fatto gli umani infatti a sopravvivere a cose orribili come le decine di rughe che aggredivano la faccia con gli anni e o come la buccia d’arancia sulle cosce, senza sprofondare in una depressione sconfinata? E poi, tutti coloro che si sottoponevano agli esperimenti lo facevano in modo assolutamente volontario. Raramente gli studiosi del bunker si sbagliavano, quindi tutti ne traevano vantaggio.
Alice seguì il Bianconiglio-capotreno ed entrò nel vagone dove erano accomodate le sue colleghe: erano tutte donne, naturalmente. Nell’Alveare l’ingresso era interdetto agli uomini; solo ultimamente era stato concesso a qualche esemplare di entrare come onorata cavia. La loro missione era quella di disattivare la Regina Rossa, il sistema automatico che per un’emergenza non ben identificata dalla superficie, aveva chiuso entrate e uscite dell’Alveare, bloccando così tutte le studiose e le cavie al suo interno.
Il treno si fermò: il Bianconiglio-capotreno fece scendere Alice e le compagne. Il silenzio era irreale. Sembrava che al di là delle porte blindate dalla Regina Rossa non ci fosse nessuno. Strano, solitamente quel posto brulicava di vita.
Le agenti speciali corsero con circospezione fino al computer centrale della Regina Rossa, il cervello di tutto l’Alveare. Ma non appena quattro colleghe di Alice si avvicinarono per disattivare il blocco delle porte, un fascio di luce tagliente come una lama le colpì, spezzettandole tutte, senza un rumore, senza un gemito, senza un urlo.
Le quattro donne giacevano ora a terra, con le budella sbrindellate e altre parti del corpo minuziosamente sminuzzate: il sedere di una era scoppiato, le cosce di un’altra erano state frantumate, la faccia della terza si era spaccata in corrispondenza di tutte le rughe d’espressione e le tette della quarta rimanevano ridicolmente attaccate al basso ventre, con il capezzolo rivolto verso il basso.
Sì, qualcosa di decisamente strano stava accadendo lì sotto. Ma Alice non riusciva a immaginarsi cosa. Scavalcò i cadaveri, o quello che ne rimaneva, senza soffermarsi più di tanto: in fondo aveva sempre pensato che le colleghe appena trucidate non valessero un granchè, con tutti quei difetti fisici così evidenti… Avrebbero solo potuto continuare a vivere male, oberate dalla vergogna e dal dolore. Meglio così per loro, avevano smesso di soffrire. Corse verso il cervello centrale della Regina Rossa, convinta che il fascio di luce non l’avrebbe colpita, avendo già fatto il suo dovere una volta. Le altre tre colleghe, impaurite, erano rimaste indietro, apparentemente sconvolte dall’accaduto. Ma Alice era una vera agente della S.T.A.R.S. e avrebbe portato a termine la sua missione.
Confermando la sua intuizione, Alice arrivò sana e salva alla consolle: disattivò la Regina Rossa e il blocco delle porte. Ora la via era libera.
Le quattro donne si avventurarono all’interno del bunker: il sospetto soltanto annusato una volta scese dal treno, divenne una terribile certezza. Un silenzio disumano regnava nei laboratori, per i corridoi, sulle scale, negli uffici. La luce era bianca ed accecante, ma la vita sembrava aver abbandonato quel posto.
Alice si chinò a osservare una siringa, ancora piena di un liquido dal colore decisamente insolito e altamente elettrico: la ragazza non aveva mai visto un rosa shocking più scioccante di quello. Senza pensarci due volte prese la siringa e se la mise in tasca, facendo attenzione a non bucarsi con l’ago: poteva sempre tornare utile. Nel voltarsi per raggiungere nuovamente le compagne, Alice non si accorse che una strana “cosa” era arrivata a un soffio da lei, al di là del vetro che divideva quel laboratorio dall’ufficio a fianco: quella cosa non poteva più essere definita una donna. Completamente nuda, non aveva più un solo centimetro di pelle umana: la plastica la ricopriva dalla testa ai piedi, esattamente come una Barbie a grandezza naturale. Labbra gigantesche, tette addirittura all’insù, sedere a mandolino perfetto, non un filo di cellulite, nessun cuscinetto di grasso, il viso completamente privo di rughe. Ma liscio come il polipropilene. Anche gli occhi sembravano finti, due palle di vetro lucido, sbarrate e inquietanti, tenute tirate da una specie di impalcatura di stuzzicadenti. E all’altezza di ogni organo interno, cervello compreso, spuntava un ago, finissimo e appuntito. Un ghigno sardonico era stampato sulla sua faccia e nelle mani stringeva due siringhe, piene di liquido fucsia.
Ignara, Alice cercò di raggiungere le compagne, sconvolte e terrorizzate dall’apparente mancanza di vita dell’Alveare: dove erano finite tutte?? Non fece in tempo ad affiancarsi a loro, che da un corridoio laterale apparve improvvisamente una Barbie a grandezza naturale, anzi coi piedi infilati in due trampoli impossibili, che la rendevano altissima, purissima e levissima. E ancora più terribile. Tutta plasticosa, piena di aghi, con quelle inverosimili siringhe rosa shocking nelle mani. Sfoderò il suo ghigno sardonico e si scagliò contro la prima collega di Alice: la prima siringa andò a segno sulla pancia della malcapitata, che subito si ricoprì di una pellicola simile al neoprene. Immediatamente spuntarono altre Barbie: bionde, more, rosse, castane, tutte nudità, plastica e aghi. Avanzavano emettendo stridenti e orripilanti gorgheggi che ricordavano ad Alice quelli di Biancaneve quando chiamava a raccolta gli uccellini del bosco.
Le quattro donne, compresa la ferita al neoprene, si lanciarono in una fuga disperata: loro correvano e il vocio gorgheggiante dietro di loro si faceva sempre più forte e sempre più insistente. Centinaia, migliaia di aghi e liquidi fucsia le inseguivano, deliranti. Ad un tratto la prima della fila in fuga inciampò, cadde e si trascinò dietro tutte le altre, come in una partita di birilli. L’orda gorgheggiante fu subito addosso alle donne, che caddero rovinosamente sotto i colpi degli aghi rosa e maledetti. Tutte le agenti della S.T.A.R.S. furono colpite e cominciarono a trasformarsi in Barbie giganti; tutte tranne Alice.
Le cose di plastica apparivano possedute: a ogni colpo che riuscivano a infliggere, il loro vocio acuto e stridente aumentava, in un crescendo terribile e simile a una risata infinita.
Improvvisamente, continuando a ridere e a gemere come Biancaneve, tutte le Barbie cominciarono a masturbarsi, a baciarsi, a leccarsi: solo che anche le vagine erano di plastica, anche i clitoridi erano di plastica, anche le lingue erano di plastica.
Alice, assistendo a quell’orrifica scena, si domandò di cosa potesse essere fatta la loro saliva, vedendo le loro bocche sbavare il solito liquido fucsia su montagne di Venere irrigidite. E ovviamente si chiese perché le Barbie non la attaccassero per trasformarla in una di loro e poterla inondare di quella sostanza non meglio identificata; e di colpo capì: lei era perfetta. Non aveva cellulite, non aveva rughe, non aveva cuscinetti di grasso. Niente di niente. Le altre invece venivano colpite proprio là dove erano piene di difetti fisici. Ecco a cosa servivano gli aghi, ecco cos’era successo all’interno dell’Alveare: gli esperimenti sulla chirurgia plastica avevano preso il sopravvento, trascinando tutte in un vorticoso sforzo verso una presunta perfezione estetica.
In preda a un delizioso delirio di onnipotenza, Alice prese a ridere e a ridere, imitando il gorgheggiare delle Barbie, e tirata fuori la siringa che aveva conservato nella tasca, cominciò anche lei a massacrare di buchi le colleghe, brutte e inutili. Un seno cascante di qua, una pelle molla di là, una ruga terribile ai lati degli occhi su, un interno coscia cellulitico giù.
Incurante dei mostri che le stavano a fianco, perdurava nel suo delirio, come posseduta anche lei dal morbo della perfezione estetica. Ma così facendo non si accorse di essere arrivata troppo vicina alle Barbie, che improvvisamente si girarono, guardandola di colpo zitte e distogliendo la loro attenzione dalle tre vittime che giacevano in terra. Alice cominciò a indietreggiare, poi si mise a correre e alla fine arrivò a un muro senza via d’uscita, come nel suo incubo peggiore: si girò e si preparò ad affrontare le sue carnefici, molto, molto più brutte di qualsiasi zombie, nonostante la loro perfezione fisica.
Le Barbie avevano fiutato tutti i difetti di Alice, quelli invisibili all’occhio nudo oppure così abilmente nascosti da non risultare evidenti: le labbra vaginali leggermente cascanti, le pareti dello stomaco troppo brutte per un’eventuale gastroscopia con registrazione del relativo video e scatti di posa, un fegato troppo ingrossato per un’ecografia addominale decente, un cervello troppo piccolo per una TAC decorosa.
Così le Barbie colpirono, infilando i loro aghi negli organi difettati di Alice, vagina compresa. Colpivano e gorgheggiavano, colpivano e ridevano. E intanto Alice si arrendeva, morendo lentamente prima di rinascere a nuova, plasticosa vita. E in mezzo alle sue carnefici c’erano anche loro, le sue vittime di poco prima, le sue colleghe tanto brutte, ora diventate però perfette, perfette donne di plastica. Fuori. E anche dentro.
Il Bianconiglio comparve a pochi metri di distanza: la salutò con l’orologio in mano, accompagnato da un ghigno sardonico che si muoveva fumoso nell’aria dietro le sue orecchie, solitario, come senza padrone. Uno Stregatto zombie, coi denti insanguinati e il pelo bruciacchiato, fu l’ultima cosa che Alice vide comparire dal nulla, prima di abbandonare il suo inutile corpo ancora umano.

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