
Mentre la moderna Svezia con il 40% delle donne nei cda delle aziende si oppone alle quote rosa, in India sta per essere introdotta una clausola per favorire la presenza delle donne al governo: si vuole riservare alle donne una rappresentanza in Parlamento pari ad un terzo dei seggi. La questione delle quote rosa in India è rimasta ferma per 14 anni circa, a causa dell’opposizione di questa o quella fazione politica, unite nell’ostilità alle donne.
Gli analisti sostengono che oggi le quote rose saranno approvate, perché vi è l’appoggio di numerosi partiti della maggioranza e dell’opposizione. Oggi nel Parlamento indiano ci sono 61 donne. Se la legge sulle quote rosa verrà approvata, il 33% dei seggi del Lok Sabha sarà riservato alle donne, e saranno in 181 a rappresentare le donne indiane in Parlamento.
Secondo alcuni in moltissime realtà indiane è difficile trovare donne sufficientemente qualificate per ricoprire la quota stabilita, ed il rischio è che le quote favoriscano candidature dovute a parentele e clientelismi, mentre secondo Amitabh Behar, del National Social Watch Coalition, “le donne indiane possiedono tutte le competenze per diventare membri di un Parlamento al 33%, perché la rivoluzione silenziosa e la discriminazione positiva le ha preparate a ruoli di leadership”.
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L’idea è nata nello scorso mese di luglio dalla blogger Gin Castelli, una donna molto pubblica e poco privata, come ama definirsi. Alla base c’era la volontà di dare una risposta concreta alle “donne che si sentono inadeguate ed emotivamente a disagio perché il loro corpo non rientra nei canoni” dettati dai media, ovvero di tutto quel pezzo di mondo che non porta la taglia 42.
A quanto pare l’idea era giusta, perché in poco tempo i fan sono diventati numerosissimi, tra donne che portano la 46, meno della 46, oltre la 46, e soprattutto uomini simpatizzanti.
E’ alla luce di questi risultati che Gin Castelli ha pensato che questo potesse essere qualcosa di socialmente utile, perché era evidente che non era l’unica ad andare controcorrente.
Continua a leggere: Belle oltre la 46: il gruppo di Facebook che darà vita a un blog ad hoc
Donne e lavoro, un binomio che fa sempre discutere, più nel male che nel bene. Almeno fino ad oggi. Tante le polemiche: dall’assenza di pari opportunità, alle scarse possibilità, alla discriminazione, alle inique retribuzioni e così via dicendo.
Eppur si muove, direbbe di nuovo Galileo. Proprio così, sembrerebbe che qualcosa con pazienza e fatica stia cambiando in meglio nei confronti delle donne a livello di opportunità lavorative.
Un’iniziativa particolare partirà martedì al velodromo dell’Università Bocconi di Milano per opera della A.T. Kearney, una società di consulenza strategica presente in ben 49 Paesi e con uno staff di 2500 consulenti.
Continua a leggere: A.T. Kearney, un'azienda che prossimamente in Italia assumerà solo donne

A quanto sembra almeno uno dei tradizionali squilibri tra uomini e donne si è invertito. E’ emerso dai dati comunicati ieri dall’Ufficio per le Statistiche Nazionali inglese: gli uomini che lavorano part-time vengono pagati meno delle donne.
Le ultimissime statistiche, che si riferiscono all’anno scorso, affermano che gli uomini con lavoro part-time ricevono in media il 3,5% in meno rispetto al gentil sesso. Tuttavia, nell’insieme occorre considerare anche altro, come per esempio che tra gli impiegati uomini prendono uno stipendio superiore del 22,5% e la differenza di paga per quelli che lavorano full-time è del 12,8%.
La questione lavoro è sempre difficile da trattare, perché è difficile capire le logiche dei tempi e delle mille realtà. Ma alla fine, perché tra due persone che fanno lo stesso lavoro nelle medesime ore ci deve essere uno che subisce una discriminazione? Voi, cari lettori di Pink, cosa pensate a riguardo?
Via Indipendent
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Il 2 ottobre la Lega ha depositato una proposta di legge anti-burqa, che modifica la legge Reale del 1975 in materia di Tutela dell’ordine pubblico e identificabilità delle persone, che prevede il divieto di utilizzare senza un “giustificato motivo” indumenti o oggetti che impediscano il riconoscimento della persona, così come leggiamo sul Corriere della Sera.
La proposta della Lega è di togliere il “giustificato motivo” e inserire tra le cose che non si possono idossare indumenti o oggetti scelti per motivi religiosi, ovvero burqa e veli. Per coloro che hanno proposto la modifica alla legge, la proposta non vuole colpire le donne musulmane, né essere razzista, ma essere uguale per tutti.
Come giustamente fa notare Donatella Ferranti del Pd al Corriere, cosa diremmo delle nostre suore se questa legge entrasse in vigore? Sono forse le suore ree di “affiliazione religiosa”? Se una legge simile entrasse in vigore si protrarrebbe una discriminazione sulla discriminazione, poichè si costringerebbero tutte le donne musulmane che per cultura indossano il burqa in luoghi pubblici, a non uscire più di casa per scelta o per non incappare nella condanna da parte della propria comunità.
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Dopo essere state bandite dal Facebook, le mamme che allattano potrebbero presto essere bandite dalle sale dei ristoranti, visto che gli episodi in cui viene loro richiesto di allontanarsi si fanno sempre più frequenti.
Il caso che segnala la discriminazione nei confronti di una mamma che allatta in pubblica è stato sollevato dal Corriere, perchè è al quotidiano che una cardiologa di Bergamo ha scritto per denunciare l’accaduto: in un hotel a 4 stelle a Madonna di Campiglio, il direttore dell’albergo ha chiesto alla signora di non allattare nella sala ristorante perché il gesto infastidiva alcuni clienti.
La signora, che viaggia spesso per motivi di lavoro con due bambine piccole, aveva optato per un Hotel a 4 stelle proprio per avere la garanzia di maggiori servizi, viaggiando con due bambine piccole.
Invece, forse perchè al troppo lusso non è gradita la naturalità del gesto, non le è stato consentito allattare con discrezione la sua bambina in pubblico. Potrei a questo punto allargare la questione sulle curve che ci vengono sbattute in faccia ogni giorno per pubblicizzare questo o quel prodotto, perchè le tette di Belen si e quelle di chi allatta no, ma mi limiterò a chiedervi se e perchè vedere una mamma che allatta dà fastidio, perchè io proprio non lo riesco a capire.
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Appena appresa la notizia, con la mia mente d’europea, per un attimo ho pensato alla discriminazione di genere, per capire subito dopo che per le donne degli Emirati Arabi deve trattarsi di un grande passo avanti. Da venerdì Dubai dedica ben sette autobus al trasporto pubblico femminile, la linea L55, che coprirà per circa 8 ore al giorno, le zone più richieste dal transito di burqa. Gli Emirati, che già avevano riservato alle donne una linea di taxi nel 2007, sono l’unico stato del Golfo Persico ad offrire tale libertà alle proprie cittadine.
Quello che qualcuno può considerare libertà, altri lo considereranno restrizione; quello che per alcune sarà una conquista, per altre è una negazione; quello che per le donne degli Emirati probabilmente è un innovativo servizio dedicato, per noi è solo una delle tante negazioni che vediamo loro imposte, col beneficio della differenza di cultura.
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E’ da tempo che un pensiero alberga nella mia mente: la mia generazione in pensione non ci andrà mai. Prima di tutto perchè si fa sempre più fatica a trovare un lavoro ed eventualmente a conservarselo. E poi perchè ogni nuova legislatura non fa altro che proporre allungamenti dell’età pensionabile. Non rimane certamente indietro il nostro beneamato Ministro per la Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, la cui ultima proposta fa discutere non poco. Dopo i fannulloni statali nel mirino dell’infaticabile moralizzatore della politica italiana ci sono le donne che - secondo lui - non dovrebbero andare in pensione 5 anni prima dei colleghi maschi, ossia a 60 anni, bensì a 65 come loro.
Parificazione dunque anche nel settore pensionistico, come imposto peraltro dall’Unione Europea. A rigor di logica, se vogliamo parlare di pari opportunità questo ragionamento non fa una piega. Se solo Pari Opportunità esistessero…La spiegazione dello gnomico Ministro è lapidaria:
Basta con l’ottica paternalistica per cui le donne sarebbero privilegiate nel pensionamento perché penalizzate nella fase della maternità.
Se vogliamo chiamarlo paternalismo accomodiamoci pure. A parole è tutto possibile, anche asserire che i parlamentari si sudano lo stipendio. Se poi vogliamo parlare di fatti concreti è tutta un’altra minestra. Chi glie lo spiega allo sceriffo formato ridotto che la penalizzazione in fase di maternità non è una favoletta, ma la triste realtà? Occuparsi di lavoro e figli non è una cosa semplice. Certo lui sicuramente non avrà mai tastato con mano il problema.
Continua a leggere: Per Brunetta pari opportunità è mandare le donne in pensione a 65 anni
“Sarà vero dopo Miss Italia avere un Papa nero…no me par vero“….così cantavano i Pitura Freska al festival di Sanremo del 1997. A distanza di oltre 10 anni l’auspicio della band veneziana non si è avverato: i papi continuano a essere bianchi, vecchi…e maschi! Già, ci avete mai pensato? Come mai in un periodo storico in cui ormai la donna sembra pretendere pari diritti in qualsiasi campo e fa un gran chiasso, anche dove - concedetemelo - forse le gioverebbe maggiormente continuare a fare la femmina, non si discute granché di quanta discriminazione e maschilismo esista all’interno dell’istituzione temporale più saldamente ancorata a vecchi principi e privilegi: la Chiesa cattolica?
Il 15 ottobre scorso ricorreva l’anniversario della morte di Santa Teresa d’Avila, una delle tre donne nominate “Dottori della Chiesa”, gli altri trenta manco a dirlo sono maschi. Fu una delle sostenitrici della necessità di prendere in considerazione anche le donne al pari degli uomini nelle gerarchie ecclesiastiche. In questo anniversario le rappresentanti di alcune associazioni cattoliche hanno chiesto a gran voce che le donne possano avere maggior voce in capitolo nella Chiesa di Pietro.
Piena ed eguale partecipazione delle donne nella Chiesa cattolica, incluse le ordinazioni al diaconato, presbiterato ed episcopato
Donne prete insomma. Un qualcosa che solo a leggerlo stride. Perchè siamo sempre e da sempre stati abituati a identificare il sacerdozio con il genere maschile, e non abbiamo l’allenamento mentale adatto a farci riflettere senza ipocrisie su quanto radicato ed esasperato maschilismo si annidi nei meandri di quello che dovrebbe essere il potere temporale che rappresenta la fede, depositario di comandamenti di uguaglianza, di fratellanza, di tolleranza. Eppure è così. Altrimenti quali sarebbero i motivi di fondo che hanno condotto alla totale e inappellabile esclusione dell’altra metà del cielo da qualsivoglia carica decisionale o rappresentativa?
Continua a leggere: Chiesa e discriminazione: a quando le donne prete?
Questa è incredibile. Tanto da rasentare il ridicolo. Eppure è successa: in Russia un giudice ha assolto un uomo che era stato trascinato in tribunale da una sua dipendente che lo accusava di molestie sessuali sul luogo di lavoro. E fin qui niente di nuovo; accade ancora purtroppo.Sono le motivazioni alla base della sentenza a suscitare sdegno. Infatti non si tratta di mancanza di prove o qualcosa del genere. Il fatto è stato accertato e confermato ma esso non costituisce reato.
Le molestie sessuali sul luogo di lavoro non possono essere condannate perchè sono utili a garantire la sopravvivenza della razza umana
Avete letto bene. Non si può condannare lo quallido personaggio in questione, non perchè non abbia commesso il fatto, ma perchè il fatto in sè stesso non costituisce reato. Anzi, quasi quasi è da premiare, perchè contribuisce alla riproduzione della razza umana. Un benefattore insomma. Tra l’altro anche un benefattore gentiluomo: non è che sia saltato addosso alla donna intimandole di accoppiarsi selvaggiamente tra fascicoli e stampanti. Le avrebbe gentilmente fatto presente il suo desiderio di avere un rapporto sessuale completo con lei.
Ora, la verità certamente noi non la possiamo sapere. Magari Mister x si è semplicemente fatto avanti con la sua impiegata eccedendo forse in dettagli, o magari ha decisamente approfittato della situazione di vicinanza data dal lavorare insieme e specialmente dalla sua posizione di superiorità in quanto capo. Non lo sapremo mai. Ciò che invece è certo è che secondo questo togato dobbiamo tutti ringraziare le avances, non importa fatte da chi, come dove e quando. Senza l’intraprendenza del genere maschile saremmo tutti estinti da un pezzo…