Avete un rigido dress code sul lavoro? Per qualcuno la divisa, intesa come abbigliamento rigoroso richiesto da un certo ambiente e non in senso stretto, è una forzatura, una prigione, un odioso obbligo. Per altri è invece un rifugio, persino piacevole. Quasi mai ciascuna di noi ha quello che vorrebbe, nel più classico schema secondo cui se ho i capelli lisci li voglio ricci e viceversa: stesso meccanismo.
Io ho la fortuna di lavorare come libera professionista e poter giostrare il mio abbigliamento come meglio credo, pur mantenendo il decoro necessario a trasmettere una certa serietà professionale nel trattare con le persone con cui lavoro. Ma chi lavora in banca - un esempio per tutti – deve osservare un dress code più severo.
Per reazione, chi durante la settimana non si sente in obbligo d’indossare un abbigliamento particolarmente rigoroso o curato nel fine settimana si agghinda forse più volentieri rispetto a chi, costretto in tailleur, non aspetta altro che il sabato per mettersi in tuta e mandare all’aria tacchi e camicette.
Voi come vivete il dress code sul luogo di lavoro? Ne avete uno? Godete del casual Friday? Non avete obblighi di alcun tipo? O lavorate in back office e quasi vi dispiace di non poter mostrare il vostro estro nell’abbigliamento se non alla stampante e alla collega acida dirimpetto?
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Contro la crisi le donne si fanno bionde, avevamo scoperto tempo fa. È una mossa azzeccata, a quanto risulta da una ricerca che stabilisce una verità piuttosto scomoda per tutte noi more: le bionde si divertono di più e guadagnano meglio.
Un precedente studio dell’Università della California l’ha chiamato l’effetto principessa: se sei bionda fai più colpo sugli uomini, raggiungi più facilmente i successi e devi sgomitare meno in molti ambiti. Peccato però che si subisca spesso il pregiudizio secondo cui le bionde sono anche un po’ stupide.
La più recente ricerca, pubblicata su Economics Letters, ha dimostrato dati alla mano che le bionde sono pure pagate meglio: il 7% in più in media rispetto alle more. Corriamo a prenotare la tintura dal parrucchiere?
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Tra i buoni propositi che più spesso ho sentito formulare in questi giorni (eccettuando l’ambito diete e palestra), specialmente tra le donne, c’è quello di non abbassare più la testa sul lavoro ma riuscire ad emergere, a migliorare la propria condizione e guadagnarsi il rispetto meritato per la propria professionalità. Facile a dirsi e meno a farsi, perché muoversi nell’ambito del lavoro in un periodo di crisi e per le donne, checché se ne dica, è sempre piuttosto complicato.
Ecco i consigli di Alexandra Levit, esperta di lavoro e consulente, autrice di alcuni libri su come muoversi nella jungla lavorativa, inventarsi una carriera e migliorare la propria situazione. Nessun arrivismo gratuito, nessuna competizione senza quartiere, solo suggerimenti razionali.
Primo: individuate nel team le persone più stimate, non soffermandovi solo sul capo. Osservate come agiscono e come interagiscono con gli altri e imparate. Loro sono già passati dove vi trovate voi, hanno superato il vostro stadio e sono andati oltre. Seguite il sentiero che tracciano, dunque.
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Un sondaggio del bookmaker inglese Stanleybet condotto su 560 donne di eta’ compresa tra i 18 e i 35 anni, intervistate nelle principali località di vacanza italiane, rivela che anche molte donne laureate sognano di diventare un giorno veline.
Smentita l’associazione semantica “belle tette - niente cervello” oppure semplicemente un nuovo modo per conquistare società e posti di lavoro, adeguato ai tempi? Sta di fatto che il 32% delle intervistate ha dichiarato di sognare la tv di Striscia. Di queste il 35% ha già conseguito una laurea, mentre il 33% frequenta ancora l’università. Soltanto il 21% e l’8% posseggono i titoli di studio inferiori.
Per queste ragazze la “professione velina” svela tutta una serie di caratteristiche che vanno al di là della semplice bellezza: simpatia, intelligenza, capacità imprenditoriale (ah sì??), cultura (?!?!?!?!?!?). Insomma, probabilmente queste donne vedono un mestiere simile come la concretizzazione della famosa locuzione “essere imprenditrici di se stesse”. Inoltre, tale professione aprirebbe le porte di categorie del mondo del lavoro altrimenti viste come impossibili da raggiungere o appannaggio solo della popolazione maschile: giornalista, avvocato, manager, imprenditore sono le figure professionali che secondo queste donne si potrebbero facilmente raggiungere dopo aver fatto un’esperienza da velina.
Forse quel che pensano le donne intervistate per questo sondaggio è in parte vero: che in Italia la meritocrazia praticamente non esista, soprattutto a certi livelli, non è certo un segreto. Ma di sicuro sentire che molte ormai credono che l’unico modo per realizzarsi nel lavoro, sia mostrare il proprio corpo, fosse anche per una delle trasmissioni televisive più celebri, intristisce. Questa terribile piega che hanno preso gli eventi nel nostro Paese, farà mai inversione di rotta?
Via | Clandestinoweb
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Ci siamo: all’inizio della prossima settimana ci sarà un incontro interministeriale per decidere infine l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne, per adeguarla a quella degli uomini e per rispondere presumibilmente alle sentenze della Corte di Giustizia europea, la quale sanzionerà l’Italia se entro il prossimo 26 giugno non si adeguerà alla direttiva sulle pensioni nel Pubblico impiego.
Ne avevamo già parlato: Brunetta continua a sostenere che
“cinque anni di lavoro in meno sono una condanna professionale per le donne, che così non possono fare carriera e percepiscono pensioni più basse”.
Inoltre il ministro comincia già a pensare a come poter reimpiegare il risparmio ottenuto dal cambiamento.
Io non lascio libero sfogo alle mie riflessioni, perchè potrei travolgere un sacco di persone, Brunetta compreso, con un mare di bile. Però un paio di cose le vorrei puntualizzare: la “condanna professionale per le donne”, Brunetta potrebbe raccontarla in un libro di favolette moderne per le bambine ingenue; le pensioni più basse?!? Di quanto, 30 euro?!? Peccato che il problema comincia già a monte con gli stipendi più bassi e via discorrendo. E come se cinque anni di lavoro facessero tanta differenza in più a livello pensionistico. Carriera?!? Sopra i 60 anni? E’ già tanto se ci si arriva vive a 60 anni. Ma questo lui non lo può capire: è un uomo.
Non sa cosa significa fare dei figli per il corpo di una donna, che invecchia quindi più facilmente; non sa cosa vuol dire dividere la propria vita tra un lavoro perennemente precario e una casa da portare avanti, perchè uomini come lui, che parlano di
“stigmatizzazione delle donne che si trovano schiacciate dai doveri della famiglia”
non sanno mettere in ordine un calzino; non sa cosa vuol dire invecchiare con lo stress di un futuro incerto e di una vita frenetica e caotica per arrivare a fine mese, prive necessariamente di sogni. Ah già, ma dimentico un particolare: quando noi ragazze di oggi avremo 65 anni, la pensione nemmeno esisterà più.
Via | APCom
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