
Secondo le stime dell’Istat sull’Occupazione in Italia, diffuse ieri nell’ambito di una indagine nazionale sulla condizione delle famiglie, la condizione occupazionale delle italiane peggiora.
Così Federica Rossi Gasparini, presidente nazionale Donneuropee-Federcasalinghe ha lanciato l’allarme, ricordando che alle donne in cerca di occupazione bisogna sommare tutte coloro che perdono il lavoro a causa della gravidanza e non riescono ad inserirsi nel mercato del lavoro dopo il periodo di maternità. Per il presidente nazionale, che ha chiesto un incontro con il premier e con il Ministro Sacconi, si tratta di una vera e propria emergenza sociale.
Io vi chiedo se nell’anno in cui la crisi ha lasciato a casa migliaia di persone indipendentemente dal genere, tra cui tantissimi lavoratori uomini e padri di famiglia, ha ancora senso parlare di occupazione di genere e mobilitarsi per l’occupazione femminile? O ne ha proprio perché l’Italia che lavora è donna e sarà le leva per superare la crisi?
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Dal Messico a Beirut, passando per Bologna, i taxi rosa non sono più una novità, ma di certo sono una svolta quando arrivano in paesi dove le donne hanno difficoltà enormi anche solo a spostarsi: solo poco tempo a Hamas aveva vietato alle donne della Striscia di Gaza di andare in motorino. E ora i taxi rosa arrivano finalmente a Hebron.
Hebron, cuore del tradizionalismo religioso della Palestina, si accinge ad accogliere la novità con il 95% dei consensi dei cittadini, secondo l’indagine condotta dall’azienda per lo sviluppo. E le donne palestinesi sono felici dell’iniziativa che permetterà loro di muoversi con maggiore libertà.
Come a Beirut, i taxi per sole donne saranno davvero rosa, e saranno guidati da donne, divenendo anche una leva per creare occupazione femminile: per ora, più di 100 donne hanno già inoltrato la propria candidatura per fare le autiste.
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Il discorso oramai è quotidiano e ogni giorno emergono cifre su nuove sfumature. Lo sappiamo: sono più brave degli uomini, si laureano con voti superiori, guadagnano di meno e la crisi colpisce maggiormente loro, non trovano o perdono il lavoro.
“Avanti c’è posto. Di lavoro” è il titolo della conferenza della Regione Lazio all’interno della quale l’Istat ha divulgato gli ultimi dati riguardanti l’occupazione femminile: oltre la metà delle donne non hanno un posto di lavoro e subiscono doppiamente la recessione rispetto agli uomini.
“Nel terzo trimestre del 2009 –ha spiegato la direttrice centrale dell’Istat Linda Laura Sabbadini- l’occupazione femminile è calata dell’1,3% a fronte di una diminuzione dello 0,3% per gli uomini. Si è ridotto notevolmente il part-time e questa è una grande criticità nell’occupazione femminile. A soffrirne sono soprattutto le lavoratrici dipendenti delle industrie e dei servizi, italiane e straniere“.
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Tra circa quattro anni in Inghilterra le donne lavoratrici saranno più degli uomini. È quanto emerge da una ricerca effettuata da Policy Exchange che ha verificato come questo periodo di recessione, dal quale si spera di uscire, provocherà la perdita di molti posti di lavoro soprattutto degli uomini che non sapranno riemergere dalla crisi.
Si parla così della nascita della generazione “Full Monty”, il nome deriva dal film inglese del 1997 diretto da Peter Cattaneo, in cui un gruppo di uomini, operai disoccupati s’ingegnarono in un nuovo mestiere, quello di spogliarellisti. Questa ipotesi si fa avanti, in queste settimane, dopo la pubblicazione dei dati della ricerca. Infatti, i numeri affermano che gli uomini occupati dal 1975 a oggi è diminuito dal 92% al 75% mentre la percentuale delle donne lavoratrici è salita dal 56% al 69%.
Con la crisi economica la disoccupazione è aumentata soprattutto nei settori occupati dal sesso maschile, come le industrie, mentre le signore hanno continuato a lavorare nei settori pubblici, a part time, lavori meno toccati dal problema. A questo si aggiunga il fatto che gli inglesi oggi non hanno le competenze per affrontare il nuovo mercato del lavoro e dovranno puntare, secondo gli esperti, al mestiere più vecchio del mondo per racimolare i soldi per mantenere un decoroso stile di vita.
Il problema della disparità tra uomini e donne resta nonostante i dati, infatti, le donne devono continuare a lottare e guadagnarsi più spazio sul posto di lavoro per raggiungere lo stesso stipendio e gli stessi benefici dei loro colleghi uomini. In Italia uno scenario del genere è difficile da ipotizzare vista la difficoltà sempre presente delle donne di accedere al mercato del lavoro, soprattutto al Sud, ma la creatività e la pro attività femminile può essere fondamentale per la creazione di nuovi posti di lavoro in rosa.
Via | Dailymail

Ciclicamente ritorna il tormentone: i giovani italiani sono bloccati, andare via di casa è sempre un miraggio se non quando ci si sposa. Insomma, siamo ritornati indietro di 50 anni. L’ultima indagine Istat multiscopo dedicata alla famiglia, con dati raccolti nel 2003 e poi aggiornati nel 2007, in modo da esaminare l’evoluzione della popolazione, mette il carico da 90 su una situazione sempre più disastrosa.
Nel 2003 un italiano su due tra i 18 e i 39 anni stava ancora con i suoi e dopo quattro anni era uscito di casa solo il 20,8%. E, sempre nel 2003, il 17,5% degli uomini tra i 35 e i 39 anni non aveva lasciato i genitori, percentuale che scendeva al 9,3% per le donne.
L’Istat rivela un vero e proprio problema strutturale del nostro Bel Paese dovuto in principal ragione alle difficoltà di trovare lavoro e casa. A tutto questo occorre aggiungere che se si è donna e si vive nel Meridione, la situazione si aggrava ancor di più, e fare figli diventa una reale chimera.
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L’Italia che lavora è donna, va in ufficio, torna a casa ad occuparsi di faccende e figli e ricomincia, senza sosta, con sempre meno tempo libero e più infelicità. L’Italia che lavora è donna, e lo fa per un mese all’anno in più degli uomini, ovvero per un’ora e 7 minuti in più al giorno.
Un uomo passa in media 7 ore e 23 minuti in ufficio, una donna 8 ore e 30 minuti, ma viene retribuita meno rispetto alla controparte maschile e per la metà delle ore lavorate. Queste sono le statistiche della ricerca Il tempo è donna, riportata da Repubblica, che parlano chiaro: le donne sgobbano di più degli uomini nella vita in generale tra lavoro, casa e famiglia, e lavorano anche di più in termini di produzione e tempo di occupazione. E questo solo se si calcola la popolazione impiegata.
Se il focus si allarga su tutta la popolazione, la situazione peggiora: le donne lavorano ogni giorno un’ora e mezzo in più rispetto agli uomini. Diametralmente opposti i punti di vista interiore di uomini e donne sulla questione: gli uomini sostengono di lavorare molto di più delle mogli e di passare molto più tempo tra scrivanie e computer, escludendo dalla categoria lavoro tutto ciò che ha a che fare con i figli e le faccende domestiche. La vostra vita conferma il trend? Chi lavora e chi crede di lavorare di più?
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La Corte Europea per i Diritti Umani ha condannato la Turchia a pagare una multa di 36.500 euro per non aver protetto le sue cittadine dalla violenza domestica. La multa allo Turchia crea un precedente in tutta Europa per quanto riguarda la tutela delle donne, sebbene le leggi turche sull’eguaglianza di genere siano molto avanzate rispetto a quelle di altri paesi.
Ma i problemi, lamentano le associazioni per i diritti delle donne turche, non sono in teoria, nelle leggi e nella costituzione, quanto in pratica. C’è bisogno di un cambio nella mentalità delle autorità e dei cittadini, non nella costituzione, che sancisce l’uguaglianza di uomo e donna.
Le Associazioni in difesa dei diritti delle donne turche lamentano scarsa attenzione circa la questione di genere e segnalano il calo dell’alfabetizzazione femminile e la scarsa parità sul mercato del lavoro.
L’accordo di Lisbona prevede che entro il 2010 in Turchia il 60% della forza lavoro sia composta da donne, ma attualmente le donne che lavorano sono soltanto il 22%. In più, le donne chiedono al governo una maggiore tutela per quanto riguarda la violenza domestica ed una maggiore attenzione per quanto riguarda l’occupazione femminile, i servizi per i bambini e l’apertura della politica alle donne.
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Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, ha parlato della scarsa occupazione femminile nella relazione annuale con cui ha inaugurato il proprio mandato nell’assemblea degli Industriali.
“Troppe donne a casa, troppe culle vuote, troppi bimbi poveri” , con questa sorta di slogan ha stigmatizzato un dato negativo del nostro paese, dove l’occupazione femminile tocca solo il 47% ed incide negativamente sulla crescita del Pil.
Secondo la Marcegaglia: “abbiamo rinunciato a quella grande risorsa che è l’occupazione femminile” e questo ha un costo per il Paese: “con un’occupazione femminile allineata ai tassi medi europei, il nostro Pil sarebbe più alto di quasi il 7%”… “il lavoro femminile aumenta il reddito familiare e genera nuova occupazione”.
Io sono precaria. Guadagno meno di 10.000 euro all’anno. Non so fra quanti anni arriverò ad un contratto stabile. Sono nella norma. Come me quasi la maggioranza delle giovani lavoratrici e un buon 26% delle under 34 è precaria, mentre nell’equivalente target maschile solo il 15% dei lavoratori è in stato di precarietà. E 34 anni è l’ età dalla quale si cominciano a contare donne che decidono di mettere al mondo dei figli. Perchè prima, viste le condizioni economiche che a malapena ci permettono di mantenerci, è difficile pensare di metter su famiglia.
Il rapporto Ires CGIL, presentato ieri a Roma, lancia l’allarme quote rosa e mette in risalto una disparità nella stabilità del lavoro accentuata dal genere. Dicono che siamo quelle a cui viene data “la possibilità di gareggiare, ma non la certezza di poter accedere alla vittoria, sempre che ci facciano correre”.
Amareggiata, ma non è che non lo sapessi, continuo a guardare queste tabelle piene di dati che confermano una realtà con cui conviviamo ogni giorno, essere donne e precarie. Non riesco a trovare parole più lucide, nè una metafora che renda l’idea quanto quella della gara usata da Repubblica per definire la situazione delle giovani lavoratrici in Italia, già svantaggiate rispetto alle colleghe del resto d’Europa. Quindi passo a voi il testimone e la parola a proposito.