Come ogni anno arriva la festa della donna portando con sé le riflessioni, immancabili polemiche e il suo carico di mimose, quest’anno più sciupate che mai per il maltempo. Il loro aspetto maltrattato lascia presagire quanto stiamo per dirvi: la mimosa, secondo le donne, non è più un simbolo adatto a rappresentarci.
Un sondaggio sul canale Virgilio Donne ha svelato che non ci riconosciamo più nel classico abbinamento con il fiore che è diventato un simbolo universale ma che sta perdendo terreno e lustro. A vantaggio di simboli a volte nobili per ciò che rappresentano ma altri veramente desolanti eppure specchio dei tempi: non sarebbe troppo difficile indovinare quali sono considerando gli argomenti caldi del mondo in rosa.
Ma ve li diciamo senza ulteriori indugi: su poco meno di 10000 votanti complessivi a cui è stato chiesto se nella mimosa riconoscano ancora il simbolo della lotta femminile contro discriminazione e sfruttamenti, percentuali incredibilmente alte hanno risposto no, opponendo altri simboli come silicone e tacchi altri (per il 45,7%), una bacchetta magica che rappresenta quanto dobbiamo essere flessibili per dividerci tra i molteplici ruoli di una donna (per il 20,4%), smartphone e borsa da lavoro, simboli di carriera (per il 17,7%). Quasi in coda troviamo la borsa Kelly per l’8,1% pari alla percentuale che ha votato per il simbolo della mamma moderna, la bici con porta-bebè.
L’interpretazione dei dati sarà divisa tra l’indignazione per tanta superficialità e il sorrisetto ironico che non mancherà sui volti di qualcuno. Certo non tutte ci riconosciamo in chi associa l’immagine della donna con il silicone e il tacco alto. Anzi è un po’ svilente. Quello che il sondaggio non ci dice è se le votazioni siano state aperte anche agli uomini (presumibilmente sì). Altro che auguri. Quest’anno dovremmo augurarci di non essere ridotte all’associazione con una tetta finta. Finiremo per farci regalare l’intervento di chirurgia estetica al posto di un fiore anche in questo giorno… ?
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In principio furono le tette a mandare in tilt il traffico, questa volta è una macchinetta per il caffè a far infuriare le donne: la canzone a Napoli non cambia, le donne sono infuriate contro pubblicità e spot lesivi della propria immagine.
Secondo l’Unione donne italiane questa pubblicità che recita “Te la diamo gratis”, con un gioco di parole che attira l’attenzione e fa sorridere, lede la dignità delle donne. Con una lettera al sindaco Iervolino e all’Assessore alle pari Opportunità di Napoli, l’Associazione ha manifestato il suo disgusto:
“Napoli dal mese di novembre ha adottato una delibera che rende indisponibili gli spazi pubblici a simili scempi perché offensivi e lesivi della dignità femminile“
“Compri la macchina del caffè? Sei pazzo. Noi te la diamo Gratis”. Pare che la commissione non abbia vigilato abbastanza o non abbia ritenuto offensivo lo slogan. Disgusto, sdegno, uso inappropriato del corpo delle donna. A me non sembra poi così terribile, ho visto pubblicità davvero offensive per le donne: Te la diamo gratis, la macchinetta. A quale donna verrebbe poi in mente di darla gratis solo per una tazza di caffè?
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Si fa un gran parlare di pari opportunità e parità tra uomo e donna sul lavoro; le statistiche continuano a dirci che le donne sono in ascesa in molti settori professionali e spesso più ricche e potenti dei loro mariti, ma la percentuale di chi detiene effettivamente una posizione del genere è in realtà piuttosto esigua e basta guardarsi intorno per capire tra le nostre conoscenze quanto, nel mondo del lavoro, le donne debbano affrontare quotidiane difficoltà.
Insomma, la vera parità sarebbe ancora lontana. Manageritalia l’ha quantificata in termini di tempo e ha previsto che da noi si raggiungerà nel 2033. Ne abbiamo di strada da fare, a quanto pare. Tutto è naturalmente a livello teorico e presuppone che la tendenza registrata negli anni scorsi rimanga invariata.
Secondo la Federazione nazionale dei dirigenti e dei quadri professionali alla fine dello scorso anno le donne rappresentavano il 40,7% della forza lavoro italiana, mentre pochi anni prima, nel 2005, erano il 40,1% e nel 2000 il 39,5%. Gli Stati Uniti hanno raggiunto il traguardo della parità occupazionale di uomini e donne già quest’anno mentre al momento in Italia le donne che lavorano sono il 47,2% contro il 69,8% degli uomini, ma il divario si approfondisce al Sud rispetto al Nord.
Eppure i problemi da superare rimangono tanti e non solo a livello di tutele, ma anche psicologico. Un esempio per tutti: rientrare al lavoro dopo la maternità, sempre che si goda del diritto di fruirne, può essere difficile non solo per gli ostacoli oggettivi ma anche per una questione di atteggiamenti. E se fossimo in ritardo anche per colpa nostra?
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Abbiamo imparato a considerare Barbie sotto tutte le varianti che le Pari Opportunità sono in grado, almeno idealmente, di offrire ad una donna. Non solo civettuola bionda dedita allo shopping e agli amori ma anche donna in carriera e professionista nei più svarianti campi, dalla medicina all’ippica, passando per la rock star e l’astronauta. L’abbiamo vista in 120 versioni diverse, fa sapere la Mattel. Adesso è il momento di affidare ai suoi fan le votazioni per la scelta della sua prossima carriera.
Sarà possibile votare online partecipando così alla ridefinizione, per l’ennesima volta, del suo ruolo. Le scelte sono limitate: ambientalista, architetto, chirurgo, presentatrice tv e ingegnere informatico. Il 12 Febbraio i risultati delle votazioni saranno resi noti e conosceremo il destino che attende la signorina che attraverso i decenni ha saputo fare propri i principi del più radicale trasformismo, adattandosi a mode, mutamenti sociali, nuovi angoli visuali della condizione femminile. Voi cosa voterete?
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La moderna Svezia, il paese della parità tra i sessi, chiede paradossalmente l’abolizione delle quote rosa, perché il sistema che impone la parità assoluta tra uomini e donne, di fatto limita le donne.
In Svezia le leggi sulle pari opportunità, in vigore dal 2003, sono molto rigide e l’imposizione della parità numerica tra uomini e donne finisce con il limitare le donne in quelle professioni dove le donne sono più brave e numerose degli uomini. Accade spesso che in facoltà come Medicina e Psicologia, donne che avrebbero il diritto di entrare per la loro preparazione, non riescono a farlo per non superare il tetto del 50% delle iscritte. Per loro, quelle che non sono potute entrare all’università a causa della legge sulle quote rosa, il ministero dell’istruzione ha previsto un rimborso di circa 4500 euro.
In Svezia, nel paese in cui realmente il 50% dei legislatori sono donne, nel paese in cui anche il vescovo è donne e lesbica, le donne protestano perché nelle Università le donne vengono comunque discriminate, perché il 50% non è abbastanza. Se il ministro dell’Istruzione Superiore Tobias Krantz abolisse questa legge per permettere alle donne di avere il libero accesso alle carriere e alle professioni, ben presto sentiremo parlare di quote azzurre, per tutelare i diritti degli uomini schiacciati dall’intraprendenza e dalle determinazione delle compagne.
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Un calendario è un’ottima idea per un regalo di Natale, ma anche un veicolo di informazione, che comunica a chi lo guiarda per 365 giorni. Se il messaggio è solidale, allora non c’è niente di meglio di un calendario da mettere sotto l’albero. L’associazione DonnaDonna Onlus ha ideato un calendario per dire no ad anoressia e bulimia, con il contributo di 50 donne e gli scatti del fotografo Gerald Bruneau.
Il calendario Curve d’autore. Tu sei bellezza immortala 50 donne di tutte le età e di tutte le taglie, in un’iniziativa di solidarietà al femminile volta a combattere gli stereotipi sulla bellezza, che sono tra le cause dei disturbi alimentari più diffusi dai 15 ai 25 anni.
Le modelle, coperte soltanto da drappeggi di velluto rosso, sono donne comuni, casalinghe, donne in carriera, studentesse, artiste, che hanno posato senza veli né imbarazzo davanti alla macchina fotografica, mettendo in mostra il loro corpo, bello perchè naturale. Tra loro anche l’attrice Veronica De Laurentiis e la senatrice Laura Bianconi.
Il calendario di DonnaDonna Onlus, che ha ricevuto il patrocinio del ministero per le Pari Opportunità, sarà distribuito gratuitamente dal 19 dicembre al 6 gennaio nel corso della manifestazione di solidarietà Roma Insieme, promossa dal Comune di Roma e curata dal delegato alle Pari opportunità, Lavinia Mennuni. Se siete a Roma, non dimenticate di passare a ritirarne una copia e di donarla all’amica a cui volete più bene, quella che potrebbe soffrire di disturbi dell’alimentazione.
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Dentro la definizione di pari opportunità ormai ci entra davvero quasi di tutto. Ma come definire l’iniziativa, un po’ provocatoria e un po’ inutile – ammettiamolo – di Rosalina Guijarro, consigliere comunale del cittadina Fuenlabrada vicino Madrid. S’è chiesta perché i cartelli stradali debbano mostrare sempre e unicamente omini e non donnine con gonnella e lunghe chiome e ha proposto di modificare, ironicamente ma non troppo, l’uso tra le strade della sua città.
I colleghi, anche uomini, ne sono stati entusiasti e hanno sostenuto la proposta, ai cittadini l’idea è piaciuta. Solo i gruppi femministi si sono un po’ arrabbiati: ma possiamo dar loro torto? Sarà anche un’iniziativa lodevole portare l’attenzione su tematiche che ancora oggi, a dispetto della nostra tanto sbandierata “civiltà” occidentale, sono tutte da discutere, ma è davvero questo il modo giusto?
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“Amazzoni Donne dello Sport” è un prestigioso premio, un autorevole riconoscimento che ogni anno viene consegnato alle atlete italiane che maggiormente si sono distinte nell’ambito sportivo nazionale e internazionale.
Questo evento è stato concepito dall’associazione “le Amazzoni”, per sottolineare i grandi risultati ottenuti dal settore agonistico femminile e promuovere le pari opportunità e lo sport per tutti. Quest’anno è arrivato alla terza edizione e la premiazione si è svolta ieri a Milano, dove il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigono ha premiato le atlete per le seguenti categorie:
1. Atleta dell’anno – Flavia Pennetta
2. Giornalista sportiva dell’anno – Sabrina Gandolfi (Rai Sport)
3. Giovane promessa - Susanna Cicali
4. Diversamente abile - Cecilia Camellini
5. La squadra più affiatata - Pallavolo
6. CUS Premio Università - Eleonora D’Elicio
7. Donne comuni e Sport - Elisabetta Carugo
8. Concorso Sport & Study Tours (programma scuole) - Scuola primaria Silvio Pellico di Santhià (VC).
Margherita Granbassi è stata l’atleta più votata sul web conquistando tutti gli sportivi.
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Avvocati in ascolto? Vedete di cambiare nome, almeno sul biglietto da visita. Pare che le donne che portano nomi maschili abbiamo più opportunità di sfondare con la carriera legale rispetto a tutte le altre che hanno nomi più banalmente femminili. Pensateci quando dovete dare il nome a vostra figlia se sognate per lei un futuro da principessa del foro.
In Italia in effetti il problema non si pone perché i nomi femminili e quelli maschili sono più nettamente differenziati, ma in America la questione è di scottante attualità perché una Cameron farà più strada di una Catherine. Lo studio è di un economista che ha analizzato il legame tra i nomi e la carriera legale concludendo che chi porta nomi maschili ha cinque possibilità in più di fare strada rispetto alle colleghe.
Il motivo è che gli uomini si sentono più a proprio agio se il loro avvocato è un uomo e anche le donne trovano che le loro cause siano più al sicuro se in mano ad un uomo nella convinzione che per fare un lavoro del genere servano caratteristiche che una donna potrebbe non avere, a dispetto delle quotidiane dimostrazioni di competenza delle donne che rappresentano ormai la metà dei laureati in legge.
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Arriviamo così alla quarta e ultima puntata di questa piccola rubrica sugli atteggiamenti femminili più odiati dagli uomini.
Oggi parliamo degli equilibri, di due pesi e due misure, dei pari diritti e doveri nello stare in coppia, ovvero di quello che facciamo e di quello che vorremmo facesse l’altro.
Se vuoi pari opportunità, ma vuoi anche essere trattata come una regina; se vuoi che lui ti dimostri il suo amore, ma non vuoi dirgli che ne hai bisogno di più; se sei furibonda e alla domanda “Che c’è” rispondi “Niente”, siamo di fronte ai cosiddetti comportamenti contraddittori.