Brindisi, 19 maggio. Dov'è finito il mondo che volevamo?

brindisi

A un giorno dall’orrore di Brindisi, a un giorno dalle bombe, dalle lacrime, dalla violenza, dalla richiesta di giustizia e pace, a un giorno da un gesto che non ha ancora un colore, non ha un nome, ma solo vittime, scaturiscono le amare riflessioni su quanto è accaduto.

Ho un mare di domande che mi martellano in testa da ore, ma non trovo risposte. Non ne trova mia madre, che ha vissuto il ’68, che ha fatto cortei in piazza perché il mondo delle generazioni a venire fosse migliore, lei che conosce bene, perché l’ha vissuta, la strategia della tensione, lei che ha respirato l’aria degli anni di piombo.

Non ne trovo io, figlia della generazione ’80, per cui il mondo aveva già combattuto tutte le sue battaglie e il futuro non poteva che essere facile e felice, ci dicevano. Tutte cazzate. Perché poi ci hanno pensato gli anni ’90, le stragi di Falcone e Borsellino, Mani pulite, persino il suicidio mai chiarito di Kurt Cobain, a far capire che di facile e felice non ci sarebbe stato proprio nulla.

E la lotta è proseguita per due altri lustri. Boccheggiando. Con una classe media sempre più affossata e con una dirigenziale di alto rango sempre più in alto, sempre più collusa con la politica, sempre più in vetta.

E ricordo quando serravamo le fila delle nostre piccole manifestazioni contro questi poteri occulti, piccole rispetto a quelle di ben più alti ideali di una vita passata, della vita dei nostri genitori. Ricordo la puzza di canne, ricordo le bandiere dell’Unione degli Studenti che si fondevano con quelle dei sindacati, allora riuniti dagli stessi obiettivi. Ricordo i sit-in non autorizzati in piazza, la Digos, i suoi manganelli pronti a colpire. Non hanno mai colpito me, solo fortuna. Forse solo sveltezza.

Non erano altri tempi quelli. Succedeva solo una manciata di anni fa. E quando resistevamo per mostrare la nostra bella faccia tosta, la nostra adolescenza ribelle dinanzi all’autorità, ci sentivamo forti, ci sentivamo vivi. E si sentiva viva mia madre quando apriva il suo banchetto di informazioni per il referendum sull’aborto. Era viva e arrabbiata, quando nella realtà del piccolo paesino del Sud, giravano le voci, si puntava il dito, si scrivevano offese sui muri delle case per colpire le menti più illuminate, quelle che volevano cambiare il mondo partendo dalla società.

Ero viva io, quando, nelle assemblee di istituto o nel silenzio delle aule del liceo, dormiente eppure furente mentre si occupava, si parlava di legalità e di lotta contro le mafie. Volevamo cambiare il mondo. Generazioni di donne, di uomini, di giovani, con tutta la forza della nostra età, con tutta la rabbia della nostra età. E ci abbiamo creduto tutti.

Ora mi trovo ad accogliere con dolore l’abbraccio di mia madre, di ritorno dalla fiaccolata per Melissa. Lei parla commossa e mi dice “non era questo il mondo per cui abbiamo lottato, non era questo che volevamo per i nostri figli”. Ci ho letto un abbandono in quella frase, una virtuale stretta di polsi da una madre per un’altra, per quella che oggi ha perso sua figlia senza un motivo. Chi potrà mai consolare quella madre? Fra le strumentalizzazioni politiche, oscene a mio dire, di ciò che è accaduto, fra lo sciame di congetture su chi/cosa/perché, fra il lutto di una città che non sa con che occhi piangere, chi avrà le parole giuste per asciugare le lacrime di quella mamma?

Forse dovremmo istruire i nuovi giovani alla lotta. Spegnere la TV e Maria De Filippi e insegnare loro a difendersi e ad indignarsi. Poi dovremmo rimboccarci le maniche e capire, se le cose vanno al contrario di come volevamo negli anni verdi delle nostre contestazioni, dove abbiamo sbagliato. Magari, con una risposta in mano, ricominciare a costruire il futuro che sognavamo.

Foto | © TM News

  • shares
  • Mail