Non è certo la prima volta che se ne parla. Dai libelli in circolazione durante gli ultimi mesi di regno di Luigi XVI (in cui si cercava di screditare ad ogni costo e con tutti i mezzi Maria Antonietta, dipingendola come una Messalina la cui lussuria incontenibile e malata la spingeva indistintamente tra le braccia di uomini e donne) fino a studi più equi di biografi e storici, le passioni saffiche della sfortunata regina sono state sempre oggetto di analisi e di racconto.

Ultimo in ordine di tempo, il tanto osannato Addio, mia regina, un film di Benoît Jacquot (tratto dall’omonimo romanzo di Chantal Thomas) dove l’amore di Maria Antonietta per la bellissima duchessa di Polignac conquista, nel chiaroscuro drammatico dell’imminente rivolta, le luci della ribalta. I dubbi vengono qui risolti, i nodi apparentemente disciolti e l’amore tra le due aristocratiche confermato – definitivamente- nel tumulto soffertissimo degli adii estremi.

La figura della duchessa, splendida incarnazione dei desideri della regina, si staglia tuttavia sfuggente nel film come nella storia. Il suo sguardo rimane imperscrutabile, ancorato forse dentro se stessa, mentre la carrozza, dopo il commiato e l’addio, fugge di gran carriera verso la salvezza.

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