L’Europa come mèta della libertà e della sicurezza, luogo dove vivere alla luce del sole il proprio amore e la propria identità senza paura e senza rischi. Questo rappresenta l’Unione Europea per i circa 10mila migranti lgbt che ogni anno, in base ai dati emersi dal rapporto Fleeing Homophobia, chiedono il diritto d’asilo per sfuggire alle persecuzioni omofobe.

Eppure spesso i paesi europei respingono queste domande, perché le vittime dell’omofobia potrebbero sfuggire a ogni discriminazione nascondendosi e facendo finta di essere eterosessuali. A parte che non è così semplice, per esempio per i e le trans o per tanti gay e lesbiche visibili; ma in ogni caso, è giusto chiedere a gay e lesbiche di “velarsi”? o non sarebbe anche quella una violenza, tanto più crudele perché forse meno riconosciuta e riconoscibile?

I dati sul fenomeno dei migranti lgbt sono stati illustrati a Palermo al convegno organizzato da Avvocatura per i Diritti LGBT – Rete Lenford. Fleeing Homophobia – il primo studio di questo tipo su legislazioni e prassi nei 27 Paesi dell’Unione – è stato cofinanziato dal Fondo Europeo per i Rifugiati e realizzato dall’Università di Amsterdam, COC Paesi Bassi, Hungarian Helsinki Committee, Avvocatura per i Diritti LGBT-Rete Lenford ed European Council on Refugees and Exiles.

A quanto emerge in parecchi punti le prassi statali europee nell’esame delle richieste di asilo di persone lgbt sono al di sotto degli standard richiesti dalla normativa internazionale ed europea, e spesso si basano su stereotipi come quando vengono respinte, ad esempio, le lesbiche che non hanno atteggiamenti maschili, i gay non effeminati e i richiedenti lgbt che sono stati sposati o che hanno figli.

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