Ma davvero l’importante è partecipare?

Prendo a spunto dalla segnalazione che mi ha fatto Dragov (e che ringrazio) per porre un paio di questioni. Ma prima parliamo brevemente del fatto in sé, dell’ennesimo esempio di plagio/non plagio, di copia, di ispirazione… o roba del genere. Sta di fatto che una delle proposte finaliste in concorso per l’identità di Madrid 2016

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Prendo a spunto dalla segnalazione che mi ha fatto Dragov (e che ringrazio) per porre un paio di questioni.
Ma prima parliamo brevemente del fatto in sé, dell’ennesimo esempio di plagio/non plagio, di copia, di ispirazione… o roba del genere. Sta di fatto che una delle proposte finaliste in concorso per l’identità di Madrid 2016 è sovrapponibile a qualcosa che è già stato fatto. Ne parla ampiamente Tiziano Toniutti su Kataweb ,”Madrid 2016, quel logo l’ho già visto”, e dunque non entro nel merito di questa palese figuraccia fatta da (nel bene o nel male, con colpa o con dolo) Graciela Cancio autrice del plagio (diciamo).
Il punto è, ma davvero è obbligatorio partecipare? Cioè questi concorsi, per quanto importanti, da non sottovalutare ecc., pare siano quasi obbligatori da frequentare. Personalmente ho partecipato a pochissimi concorsi, e l’ho fatto solo quando ho avuto un’idea su cui scommettere. Ma qui pare che la maggior parte degli studi/agenzie e la gran parte dei progettisti grafici che conosco abbiano l’ansia del concorso. Che bisogna partecipare ad ogni costo, che il concorso dà visibilità: sai, il catalogo dei lavori presentati… e cose simili.
Ecco dunque che capita (e capita spesso) di non avere un’idea forte, ecco dunque che ci si affida alle riviste, ai libri di grafica, alle raccolte di loghi (e suonerie). Ed ecco che si cade nel più banale degli errori. Magari copiare no, ma lasciarsi “ispirare” dal bel “loghetto”, beh sì. Certo che sì.
Ma è davvero necessario? Ho visto colleghi lavorare di notte per fare in tempo a presentare la propria proposta al concorso tal dei tali (ci tengo a dire che non faccio le nottate nemmeno per i lavori commissionati, figuriamoci per dei concorsi…), farsi prendere dall’ansia delle mille scartoffie che spesso bisogna presentare a corredo, scartoffie che probabilmente più che raccontare dello studio spesso servono all’organizzatore per capire a livello di impaginazione come stiamo messi. Un progettista serio sa quando un suo lavoro è ben fatto, sa quando una propria idea ha qualcosa da dire… Se si perde nelle decine di libri e riviste a sfogliare e sfogliare per l’ispirazione a quel punto è facile cadere in errore: cercando visibilità si ottiene giusto il contrario. O meglio, la visibilità c’è, ma di che tipo? E ne vale veramente la pena?