Divorzio: e poi?

Stare a tutti i costi insieme anche quando ci si odia non è un bene: per questo non sempre le famiglie unite possono dirsi ‘migliori’ di quelle divise.Uno dei primi problemi da tenere in considerazione, al momento del divorzio, è quello dei figli, che improvvisamente si trovano a perdere un genitore, con conseguenze sul piano

Stare a tutti i costi insieme anche quando ci si odia non è un bene: per questo non sempre le famiglie unite possono dirsi ‘migliori’ di quelle divise.
Uno dei primi problemi da tenere in considerazione, al momento del divorzio, è quello dei figli, che improvvisamente si trovano a perdere un genitore, con conseguenze sul piano psicologico non sempre facili da risolvere. E’ vero che la figura ‘assente’, che generalmente è il padre, può essere a volte ‘rimpiazzata’ da altre figure maschili: uno zio, un amico di famiglia, un nonno, il nuovo partner della mamma… Ma non è mai la stessa cosa, anche se può essere d’aiuto..
Con il divorzio infatti, il nucleo familiare si fragilizza ed il bambino, che ha un legame di attaccamento per entrambi i genitori, deve rassegnarsi a perderne uno. Il figlio della coppia in crisi in genere non capisce le ragioni del divorzio dei suoi genitori: a lui/lei non interessa se abbia ragione l’uno o l’altro, nella LORO relazione di coppia. Anche se apparentemente il bambino ‘capisce’ i genitori, si tratta sempre di una comprensione parziale, che riguarda solo l’aspetto cognitivo, ma non quello emotivo. Si tratta infatti di un’esperienza che va al di là delle sue possibilità di assorbimento, specialmente se il bambino ha già 6-7 anni (i bambini più piccoli superano l’evento con maggiore facilità).
C’è da aspettarsi inoltre, da parte dei figli, un comportamento assai critico. I bambini infatti tendono a non giustificare i genitori che vogliono divorziare: ‘siete voi che avete voluto questa famiglia’ dicono, per cui ‘fate qualcosa per risolvere il vostro problema e cercate di stare insieme’.
Occorre far capire loro con molta pazienza che la cosa non è possibile, ma che niente cambierà nell’affetto che entrambi i genitori provano per lui/lei e che gli/le verrà data la possibilità di mantenere vivo il legame con l’altro genitore.
La mancanza di tempo, o una certa superficialità di giudizio, non deve consentire che i figli vadano lasciati alle cure dei fratelli maggiori e, meno che mai, si deve dare autorevolezza sul bambino al/alla proprio/a nuovo/a compagno/a. Il bambino infatti deve sviluppare, verso questa nuova persona, un senso di fiducia. Bisogna capire che la ‘famiglia ricomposta’, come si chiama la famiglia in cui è entrato un nuovo partner, richiede molto tempo prima di diventare funzionale: bisogna conoscersi, simpatizzare, apprezzarsi reciprocamente.
E’ poi solo un effetto del pregiudizio il fatto che il genitore affidatario debba essere sempre la madre: è vero che i bambini piccoli si trovano bene con la mamma, ma è anche vero che gli adolescenti maschi, a parità di condizioni, spesso preferirebbero stare col papà, perché pensano che la mamma non possa capire le loro esigenze di maschi. Per non parlare di un eccessivo attaccamento simbiotico con la madre in questo periodo della vita, che potrebbe rivelarsi un ostacolo al corretto sviluppo psico-sessuale del ragazzo.
La separazione dunque comporta una situazione molto stressante per i figli, ma anche per i genitori, che con loro devono rapportarsi. A questo si deve aggiungere che spesso il genitore affidatario del bambino è depresso, fragile, per cui ha bisogno di un confidente, di un terapeuta (che spesso diventa proprio il figlio, in una stupefacente inversione dei ruoli). Oppure l’adulto neo-separato tiene conto solamente dei suoi desideri narcisistici, responsabilizzando il figlio, che da questo momento diventa un piccolo adulto, che deve pensare completamente a sé stesso, perché il papà o la mamma hanno altro da fare.
Che fare allora, per cercare di affrontare le cose nel miglior modo possibile? Ecco alcuni consigli:

. Capire che una cosa sono i rapporti di coppia, un’altra cosa è la funzione genitoriale; bisognerebbe tenere le due cose su due piani nettamente distinti.
. Utilizzare l’evento della separazione per migliorare il proprio ruolo di genitore: stando soli con i figli, si può ripensare il proprio ruolo e cercare di perfezionarlo.
. Mantenere rapporti di amicizia con l’altro coniuge, se questo è possibile: se non fosse possibile esigere comunque un rapporto ‘civile’, non aspettandosi che sia sempre l’altro a dover fare il primo passo, o a dare l’esempio.
. Non far perdere autorevolezza all’altro genitore, perché altrimenti questo può comportare un naturale distacco dell’adulto nei confronti del minore: visite artificiali e forzate, conflittualità permanente con l’ex, rapporti falsati, strumentalizzazione dei figli, manipolazioni, stereotipi culturali, visite troppo brevi possono far perdere fiducia nel ruolo di genitore di ‘quel’ bambino ed indurlo a cercare ricompense sul piano affettivo, occupandosi ad esempio dei figli della nuova compagna.
. Tenere sempre i figli al di fuori dalle difficoltà coniugali;
. Cercare un accordo fra genitori per uno stile educativo comune;
. Vigilare se dopo uno, due anni dalla separazione i problemi che si erano evidenziati nei bambini o negli adolescenti, siano ancora irrisolti ed in questo caso rivolgersi ad uno psicologo;
. Stabilire relazioni individualizzate con il proprio figlio ed aprire con lui un dialogo aperto, soprattutto su argomenti che LO/LA riguardino direttamente (scuola, amici, sport ecc.);

. Non adultizzare i bambini, non farli maturare prima del tempo, non traumatizzarli con scenate e questioni familiari anche dopo la separazione, magari usando il figlio come un ostaggio, o come un messaggero per inviare comunicazioni all’ex.
. Se si capisce che la situazione è diventata ingestibile, ricorrere alla mediazione familiare.

Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona