Donne scandalose: Eloisa (1099-1164) e Abelardo (1060-1142), erotica passione di due amanti segreti e contrastati tra ragione e religione

Tutti si precipitavano a vederti quando apparivi in pubblico, e le donne ti seguivano con gli occhi voltando indietro il capo quando ti incrociavano per la via (…) Quale regina, quale donna potente non invidiava le mie gioie ed il mio letto?” Questo è solo un assaggio delle lettere che Eloisa scrisse ad Abelardo, una coppia tutta europea contrastata nella vita e riunita nella morte. E’ immediato il collegamento alle vicende di Romeo e Giulietta, Paolo e Francesca o Tristano e Isotta, tuttavia la differenza risiede nella natura di questa storia.

Eloisa non aveva ancora compiuto 17 anni quando, suo zio Fulberto la affidò alle mani del più celebre maestro di Parigi, filosofo e teologo, nonché chierico, Abelardo, poiché riteneva che la sua cultura dovesse essere ulteriormente arricchita. In precedenza la giovane donna aveva studiato presso il convento dell'Argenteuil con risultati straordinari: eccellente nelle arti liberali, padrona del latino, del greco e persino dell’ebraico. Di lei, Pietro Il Venerabile -abate della più grande e importante abbazia d’Europa dell’epoca Cluny- disse che era la più “Celebre studentessa per erudizione”.

In realtà, la decisione di Fulberto non fece altro che andare incontro ai piani già escogitati da Abelardo per conquistare Eloisa, della cui cultura letteraria si parlava in tutta Parigi. Era bella secondo i canoni dell'epoca: di statura alta ma ben proporzionata, viso armonico, denti bianchi e perfetti per un periodo in cui erano normalmente malati e cadevano anzitempo o venivano estirpati quando dolenti. Malgrado i 17 anni, Eloisa era già matura negli studi, e pronta ad affrontare tutte le esperienze dell’amore con la disponibilità e l’apertura di donna colta e intelligente, “Aveva tutto ciò che seduce gli amanti”, diceva Abelardo.

Una delle storie d’amore più osteggiate e sconvolgenti, che finì tragicamente per ambedue gli amanti, ebbe inizio quando Abelardo era all’apice del successo come insegnante a Parigi. Aveva 38 anni.

Eloisa viveva con lo zio Fulberto, molto avaro e molto ansioso di vedere sua nipote progredire sempre di più nelle materie letterarie. Con l’aiuto di amici, Abelardo riuscì ad essere accolto in casa (vicina alla scuola annessa alla cattedrale di Notre-Dame dove insegnava), adducendo come motivazioni che le cure domestiche lo ostacolavano nel lavoro e le spese pesavano eccessivamente. In questo modo Fulberto favorì inconsapevolmente la passione segreta di Abelardo affidandogli la nipote e chiedendogli di farle lezioni ogni volta che fosse stato libero “Sia di giorno che di notte… dandomi anche il permesso di costringerla con la forza”. Ecco che il maestro e l’allieva uniti sotto lo stesso tetto, si innamorarono l’uno dell’altra.

Col pretesto delle lezioni ci abbandonammo completamente all’amore, lo studio delle lettere ci offriva quegli angoli segreti che la passione predilige. Aperti i libri, le parole si affannavano di più intorno ad argomenti d’amore che di studio, erano più numerosi i baci che le frasi, la mano correva più spesso al seno che ai libri. E ciò che si rifletteva nei nostri occhi era molto più spesso l’amore che non la pagina scritta oggetto della lezione. Per non suscitare sospetti la percuotevo spinto però dall’amore, non dal furore, dall’affetto non dall’ira, e queste percosse erano più soavi di qualsiasi balsamo. Il nostro desiderio non trascurò nessun aspetto dell’amore, ogni volta che la nostra passione poté inventare qualcosa di insolito, subito lo provammo, e quanto più eravamo inesperti in questi piaceri tanto più ardentemente ci dedicavamo ad essi e non ci stancavamo mai. Quanto più eravamo inesperti di quei giochi d’amore, tanto più insistevamo nel procurarci il piacere e non arrivavamo mai a stancarcene”.

Abelardo preso da istintiva pulsione dedicò le notti all’amore e il giorno agli studi, che non curò più con impegno. La sua passione, contrariamente ad Eloisa, era solo fortissima attrazione dei sensi, mentre per lei era dedizione assoluta, quasi annullamento di se stessa, durata per tutta la vita.

"Al mio signore, anzi padre, al mio sposo anzi fratello, la sua serva o piuttosto figlia, la sua sposa o meglio sorella (…) Ti ho amato di un amore sconfinato (...) mi è sempre stato più dolce il nome di amica e, se non ti scandalizzi, quello di amante o prostituta, il mio cuore non era con me, ma con te”.

La lussuria da cui fu rapito Abelardo più tardi la definì “Viluppo di vergogne, che nessun rispetto per la nostra dignità, né la riverenza verso Dio ci tratteneva dal pantano di questo fango neppure nei giorni della domenica di Passione o di qualsiasi altra solennità. Ma anche se tu non volevi e, per quanto potevi, ti rifiutavi e cercavi di dissuadermi, poiché eri più fragile per natura, troppo spesso ti trascinavo a consentirmi con minacce e percosse. Mi univo a te con tale desiderio dei sensi che quelle miserabili e indegne voluttà che ci vergogniamo perfino di nominare, io le anteponevo a tutto, a Dio e perfino a me stesso".

Ma tutti a Parigi sapevano, l’unico a non sapere era Fulberto, che non aveva voluto vedere ciò che gli amici avevano cercato di fargli capire. Alla fine i due amanti furono scoperti. Per loro dolore, scandalo e vergogna. Superato ciò, si fecero prendere dalla passione, questa volta privi di qualsiasi pudore, con la conseguenza che non molto tempo dopo Eloisa scoprì di essere incinta. Abelardo una notte, di nascosto, la portò via conducendola in Bretagna, a casa della sorella, e facendola rimanere lì fin quando il bambino, a cui poi venne dato il nome di Astrolabio, non fosse nato (1118).

Fulberto divenne quasi pazzo per la scomparsa della nipote. Era furibondo per il dolore sentendosi ricoperto di vergogna. Non sapeva come vendicarsi e si tormentava per trovare un modo per prendere in trappola Abelardo, che contemporaneamente temeva per la sua incolumità. Così, sentendosi in colpa per l’inganno che gli aveva teso, come se avesse commesso un grandissimo tradimento, si recò da Fulberto e per placare la sua ira si offrì di fare qualsiasi cosa per riparare il male che aveva fatto. In fondo, disse Abelardo “Ciò che è avvenuto non poteva essere cosa tanto strana per chiunque avesse provato la forza dell’amore e, fin dall’inizio del mondo, le donne hanno causato la rovina degli uomini più grandi!”. Per concludere l’opera, Abelardo si dichiarò disposto a sposare Eloisa a condizione che il matrimonio rimanesse segreto per non danneggiare la sua fama. Infatti egli non era solo un docente, in primis era un chierico, quindi non poteva sposarsi.

Se anche Eloisa era contraria a questa unione formale, perché avrebbe danneggiato Abelardo, alla fine tornati a Parigi si sposarono in presenza di Fulberto e di pochi amici, senza rivelare pubblicamente ciò che era successo. Ben presto la famiglia di lei divulgò la notizia. I due amanti negarono subito per evitare scandali, ed Eloisa venne spedita nel monastero di Argenteuil. Ma il desiderio della carne non lo aveva abbandonato neanche quando Elosia era nel convento. Abelardo andò a trovarla di nascosto, e non riuscendo a frenare la passione, non essendovi altro posto dove andare, i due amanti fecero l’amore senza freni e senza vergogna, in un angolo del refettorio.

Non appena lo zio ed i parenti vennero a sapere dove si trovava Eloisa, pensarono di essere stati deliberatamente ingannati, e che Abelardo le avesse fatto indossare gli abiti monacali per potersene liberare. Indignazione e vendetta. Fu così che una notte, mentre Abelardo dormiva, tre uomini entrarono nella camera e uno di essi con un colpo netto lo privò del pene e dei testicoli. Alle grida di dolore gli uomini fuggirono, ma due di essi furono presi e accecati, e furono evirati come toccò ad Abelardo.

Da quel momento in poi le loro strade si separerono, ed i due amanti non si rividero mai più. Due drammi paralleli: Eloisa prese i voti e trascorse il resto della sua vita in convento. Abelardo diventò eunuco e ritornò alla sua vita accademica ed ecclesiastica senza più deviazioni. Compì, inoltre, un gesto magnanimo donando alle monache di Argenteuil, tra cui Eloisa, un eremo costruito con le sue mani a cui diede il nome di Paràclito, poiché queste erano state sfrattate dal vescovo di Saint Denis.

Ironia del destino volle che qualche tempo dopo Abelardo lesse una lettera di Eloisa in cui lei dichiarava che la passione per lui non si era mai spenta, gridandogli che il suo amore bruciava ancora di viva fiamma. Il chierico rimase profondamente turbato da questa inattesa novità. Ormai trovava conforto solo nei successi letterali. Così le rispose: "Io adesso sono circondato anche nell'anima", indicandole la preghiera come unico rimedio alla tempesta dei sensi. Ma Eloisa non si arrense. Giovane, 35 anni, era alle prese con i ricordi per lei indimenticabili e carichi di passione: "Il piacere che ho conosciuto è stato così forte che non posso odiarlo. Perché la sublimazione si dovrebbe raggiungere soltanto annichilendo i sensi e il sentimento d’amore che si prova verso un’altra persona?”. Abelardo fu irremovibile, e davanti a questo muro di silenzio Eloisa obbedì, e nella terza e ultima lettera dal Paràclito promise che non avrebbe mai più parlato del passato e dei propri sentimenti verso di lui.

Il 21 aprile 1142 Pietro Il Venerabile scrisse ad Eloisa: “Cara e venerabile sorella in Dio, colui al quale dopo il legame carnale siete stata unita dal legame più elevato e più forte dell’amore divino, colui col quale e sotto il quale avete servito il Signore, questi (…) lo riscalda nel suo seno e nel giorno della sua venuta (…) lo custodirà per rendervelo con la sua grazia". E’ in questo modo che Eloisa apprese della morte di Abelardo, che venne poi sepolto nel cimitero del Paràclito. Leggenda narra che le braccia del cadavere di Abelardo si aprirono nel momento della deposizione della moglie, anch’essa sepolta nello stesso loculo. I resti dei due amanti, già inumati inizialmente all'esterno del Paràclito sotto un rosaio, nel 1800 furono trasportati a Parigi nel cimitero del Père Lachaise e l'anno dopo fu costruita una cappella.

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