Donne si nasce o si diventa? La storia di Martine Rothblatt

La femminilità è una questione di genere? Donne si diventa o si nasce? La storia di Martine Rothblatt e gli stereotipi sulle donne.

Voglio una donna “donna”, donna “donna”, donna con la gonna cantava qualche anno fa Roberto Vecchioni che con una certa ironia e uno dei testi più terrificanti della storia della musica italiana descriveva la signora in carriera (stronza come un uomo, sola come un uomo). Una canzone che è rimasta un po’ nell’orecchio di tutti e che ancora oggi fa innervosire le femministe. Non c’è nulla di peggio, infatti, di leggere sempre le questioni di genere con degli stereotipi: mamma e casalinga, donna con le palle, tacchi e rossetto aumentano la femminilità, i lavori da uomo e da donna e via così, con uno sbrodolamento di luoghi comuni. Ma che significa tutto questo?

Martine Rothblatt

È di oggi la storia, riportata dall’Huffington Post Italia, di Martine Rothblatt, la chief executive officer più pagata degli Stati Uniti (la cui vita è finita sulla copertina New York Magazine). Martine in principio si chiamava Martin e ha scelto di cambiare sesso. Una decisione maturata con il tempo e comunicata alla moglie, con cui è sposata da più di 30 anni, e ai suoi quattro figli. La famiglia ha accolto con amore la necessità di Martin di diventare Martine anche fisicamente. Bina, la sua compagna di vita, ha dichiarato di averlo sposato non per il suo sesso ma per la sua anima, non per la sua pelle ma per le sue idee. Per i figli, papà non è diventato mamma, è sempre papà.

Martine non ha paura delle etichette, semplicemente le ignora (è autrice di The Apartheid of Sex). Ha scelto la felicità, sicuramente l’obiettivo più faticoso ma l’unico davvero gratificante. Fa male però leggere un articolo che in qualche modo non rende giustizia a una storia di libertà così bella, perché cade nei soliti luoghi comuni. Proprio all’inizio del testo, la seguente frase:

Il fatto che Martine Rothblatt sia l’amministratore delegato donna più pagata d’America dovrebbe sollevare gli entusiasmi del mondo lgbt, più che di quello femminista.

Perché? Perché Martine è trans, perché non rappresenta lo stereotipo classico della donna in carriera, quella raccontata da Vecchioni, che indossa i tacchi, fa l’amore a tempo e non ha una famiglia da cui tornare la sera, perché semplicemente non è nata donna ma lo è diventata? Essere donna ed essere femminili sono due cose totalmente diverse. Ognuno di noi ha diritto di vivere la sua sessualità come crede, in privato o pubblicamente, dichiarando il proprio orientamento oppure no. Martine è l’amministratrice più pagata d’America e non l’amministratore donna. Le femministe potrebbero avere da ridere per l’italiano, non per il sesso.

Foto | Pinterest

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