Samia Yusuf Omar, l'atleta morta su un barcone per raggiungere l'Europa

Purtroppo non sempre lo sport accorcia le distanze e le differenze e, se in eventi o manifestazioni che hanno risonanza mondiale ci si illude di essere tutti uguali e di essere mossi sempre e solo per spirito di leale e civile competizione, una volta calato il sipario su una manciata di giorni bardati a festa e in cui tutto sembra funzionare alla perfezione, il ritorno alla realtà può essere terribilmente duro.

La vita reale, quella "vera", non è ciò che accade in un villaggio olimpico in cui gli atleti, almeno sulla carta, partono tutti alla pari; non inizia e non finisce con una parata o con una medaglia che si solleva verso il cielo, non trova la sua completezza in una gara, né tanto meno si esaurisce in una competizione. La realtà è quella di tutti i giorni, è la differenza, è il desiderio di riscatto, è la voglia di cambiare la propria condizione a tutti i costi, tanto da perdere la vita per mare, così come è capitato a Samia Yusuf Omar, prima donna e poi atleta olimpionica di Pechino 2008.

Samia, nata nel 1991 e la più grande di sei figli di una famiglia di Mogadiscio cresciuta in povertà, nel 2008 partecipò alle Olimpiadi in rappresentanza della Somalia. Figlia di una fruttivendola e di un uomo ucciso da una guerra che non si sa se finirà mai, era riuscita con molti sacrifici a partecipare alla gara dei 200 metri femminili, classificandosi all'ultimo posto ma tornando a casa felice:

È stata un'esperienza bellissima, ho portato la bandiera somala, ho sfilato con i migliori atleti del mondo.

Samia adesso è morta. La sua vita è finita perché aveva deciso di raggiungere l'Occidente come molti uomini e donne, meno famosi di lei e di cui spesso si parla al plurale e quasi mai ricordandone l'unicità di essere stati esseri umani, fanno oramai da tempo sapendo che hanno le stesse possibilità di riuscita quante quelle di un tragico fallimento.

Aveva preso una carretta del mare che dalla Libia l’avrebbe dovuta portare in Italia e non ce l’ha fatta. A raccontare la sua storia, insieme a tutti coloro che si sono occupati di lei proprio perché è stata una delle protagoniste delle Olimpiadi di Pechino del 2008, sono stati in molti e da differenti punti di vista.

Abbiamo ascoltato quello dei media che hanno raccontato la sua vicissitudine e rivissuto, dopo aver dato notizia della sua terribile conclusione, la passata performance olimpica di Samia; abbiamo letto le parole della scrittrice italiana di origine somala Igiaba Scego che ha scelto di raccontare la storia della Yusuf mettendola a confronto con quella di Mo Farah, un altro sportivo che ha trionfato a Londra 2012; e, infine, non è possibile fare a meno di citare le parole di Abdi Bile che ai Mondiali di Roma nel 1987 ha vinto un oro nei 1500 metri ed è stato il primo atleta somalo a farsi notare nell'atletica leggera:

Sapete che fine ha fatto Samia Yusuf Omar? La ragazza è morta… morta per raggiungere l'Occidente. Aveva preso una carretta del mare che dalla Libia l’avrebbe dovuta portare in Italia. Non ce l’ha fatta. Era un'atleta bravissima. Una splendida ragazza.

Foto | eitb

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