Finlandia, rimedi estremi contro la timidezza

Situazione tipo: c'è gente nuova questa sera all'aperitivo, qualcuno vi ha appena alzato una domanda che se schiaccerete con una risposta brillante farete divertire tutti e risulterete simpatiche. E invece cala il silenzio mentre voi cercate di guadagnare qualche secondo per elaborare una battuta simpatica, ma il vostro cervello è gelato come un freezer. E quel che è peggio è che il vostro silenzio imbarazzato potrebbe essere scambiato per un sintomo di scarsa intelligenza, mentre in realtà siete solamente molto timide. Ma tanto ormai siete entrate in paranoia.

C'è poco da fare, nella nostra cultura mediterranea la timidezza è un difetto orribile che rovina la vita a più di un'innocente ragazza. Ci sono vari escamotage per risolvere il problema, certo, ma se siete ormai all'ultima spiaggia potreste anche considerare il più estremo: emigrare in Finlandia (su Travelblog un po' di spunti).

Si sa che al nord la gente è mediamente più chiusa, ma non tutti sanno che in Finaldia in questo senso è il non plus ultra. Un dato fra tutti ne è la dimostrazione lampante: il termine "timidezza" - "ujo" in finlandese - ha una connotazione di valore che oscilla fra il neutro e il positivo. Se qualcuno vi dice che site "ujo" in Finlandia, vi sta facendo un complimento, mi spiego?

Passare un'intera cena al ristorante rimanendo in silenzio ammutolito è un comportamento che non desterà nessun commento fra i commensali. Al contrario approcciare uno sconosciuto per fare due chiacchiere è considerato sospetto. Parlare ad alta voce e mostrarsi chiassosi ed estroversi non attira la simpatia di nessuno, se non critiche. La capacità di controllarsi, di mantenere il silenzio, sono segni che contraddistinguono la persona matura e gradevole.

Mi rendo conto che emigrare all'estero avendo come spinta motivazionale la propria timidezza sia una scelta quasi bizzarra, ma in casi estremi può avere senso andare in un paese che non ha mai visto nemmeno con il binocolo lo spirito del tamarro medio.

via | Psychology Today Feb 2006

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