Non è solo roba da gallinelle.

Copertina della veriosne italiana di "Shopaolic" di Sophie Kinsella
Per essere un genere letterario che dovrebbe avere a che fare solo con sesso, scarpe e shopping, la “chick lit” - in senso letterale “letteratura da gallinelle” – riesce a dare adito a ferventi discussioni.

La più recente, pubblicata sul Boston’s weekly dig da un anonimo “ex editore di libri di/per donne” (la chik lit, per l’appunto) sostiene addirittura che tale genere di letteratura stia “nuocendo all’ America”.

Tale “versione rosa dell’inferno”, come la definisce l'anonimo, ha origine negli anni ’90 ed esplode con la pubblicazione di due indiscutibili successi quali “Il diario di Bridget Jones” di Helen Fielding (inglese) nel 1996 e “Sex and the city” di Candace Bushnell (americana) nel 1997.
Da allora, la sua schiera di autrici e lettrici (esclusivamente e necessariamente di genere femminile!) è esponenzialmente aumentata ed oggi ogni libreria ha il suo nutrito scaffale di libri dalle copertine rosa, cosa che pare far accapponare la pelle del povero anonimo, il quale sostiene che la chick lit, con le sue storie di donne frivole dell’alta borghesia, rubi spazio, risorse e considerazione a letteratura di più alti contenuti e forme.

D’altronde, anche “Anna Karenina” è stato definito dalla critica russa dell’epoca “un romanzo frivolo dell'alta società” (e dopo tale paragone, Lev Tolstoj si starà rigirando nella tomba!)

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