Quote rosa: gli uomini hanno pregiudizi e non sono aperti al confronto


Non è per mancanza di donne capaci, è proprio per una questione di uomini che scelgono altri uomini”.

Questa frase fu pronunciata qualche anno fa dalla vice-presidente alla Commissione europea di allora Margot Wallström durante un’intervista in cui si parlava di una maggiore presenza femminile nelle posizioni di potere all’interno dell’Ue. I tempi cambiano, le situazioni insomma. Anzi, in verità, la guerra alle quote rosa è stata ufficialmente e apertamente dichiarata proprio negli ultimi giorni.

La causa di tutto ciò, quello che sta facendo traballare gli equilibri europei, è la nuova direttiva presentata dalla commissaria per la giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza Viviane Reding, in base alla quale si vorrebbe introdurre una presenza femminile obbligatoria, pari al 40%, nei vertici delle società pubbliche e quotate in borsa dei 27 Paesi dell’Unione Europea. Già quest’estate aveva iniziato a preparare il terreno, iniziando a fare una stima della situazione generale, ma la situazione si è accesa solo adesso col passare ai fatti concreti. Nel giro di poche ore, la Gran Bretagna, da tempo già attiva nelle controffensive anti-Europa, ha inviato una lettera alla presidenza della Commissione, in cui manifesta la sua contrarietà alla nuova normativa pro-donne e invita anche gli altri Stati membri ad attivarsi il tal senso. Infatti le risposte filoinglesi, secondo alcuni giornali, sarebbero arrivate in men che non si dica anche da altri Stati Ue.

Quello che si sta delineando in questi giorni è un grande confronto culturale e storico a livello europeo che, con molte probabilità, disegnerà una nuova mappa.

La “quote rosa” sono per molti un problema, in Italia così come in Gran Bretagna, in Germania, in Svezia. Tutto va bene e non si creano complicazioni fino a quando si tratta di un movimento o di un blog o di fare una manifestazione che sensibilizzi l’opinione pubblica. Se poi, invece, si prova a farsi spazio in maniera forte, allora ci si ritrova davanti un’intera linea di difesa schierata e agguerrita a non cedere il passo.

I dati recenti (Istat luglio 2012), in Italia, parlano di tasso di occupazione generale al 57,1%, di cui 66,6% maschile contro il 47,6% femminile (ultimo posto in Europa insieme a Malta). Nel Bel Paese la guerra di percentuali è in realtà una guerra tra poveri, in cui ci si trova a discutere per un decremento dello 0,1 per gli uomini e un aumento dello 0,1 per le donne.

L’Italia sembrava sulla strada giusta per l’aumento delle quote rosa nei posti pubblici e vertici aziendali, mentre invece arrivano aspre critiche per la legge bipartisan Golfo-Mosca, entrata in vigore il 12 agosto scorso, la quale intende mettere in moto un rinnovamento a livello nazionale: le previsioni per l’ingresso delle donne nei CdA parlano di una presenza di oltre il 10%.

Fondamentalmente nel nostro Bel Paese (bello? NdR) regna ancora una profonda ignoranza culturale che si fa fatica a estirpare. Paradossalmente anche tanti giornalisti e presidi di illustri (si fa per dire NdR) università, quelli che dovrebbero essere preposti alla vera informazione, al comportamento etico e al progresso culturale, si annoverano in questa grande fetta di popolazione. Addirittura ritengono che le quote rosa siano un danno per le società, sbeffeggiano ricerche e studi in cui si valutano i risultati delle componenti femminili ai vertici, non ritengono le donne capaci di lavoro di dirigenza perché “avverse al rischio”, perché in fondo devono rimanere a casa a fare la calza.

Mi chiedo: ma la presenza in consiglio non dovrebbe condurre fatalmente ad allontanare le donne, quantomeno in parte, dalla loro casetta visti i gravosi impegni consiliari? E poi, a cosa servono tutte quelle diavolerie quali i focus group, le indagini di mercato, le interviste ai consumatori e quant'altro? Temo che si annuncino tempi duri per gli esperti di marketing. Infine, le donne sembrano essere più avverse al rischio. Peccato che l'avversione al rischio non necessariamente sia ben vista dai legittimi proprietari delle aziende, gli azionisti. Se questi ultimi fossero così avversi al rischio nei loro investimenti, probabilmente non avrebbero investito in titoli azionari, ma in titoli di Stato. O, peggio, molti imprenditori non avrebbero cominciato le loro avventure imprenditoriali”.

Bisogna ricordarsi bene, ma chi non lo sa deve prendere appunti, che il lavoro è una questione di competenze e capacità, non di genere. La segregazione orizzontale, quella che invece in qualche modo si continua a promuove, è segno di profonda ignoranza culturale e di arretratezza sociale. Gli stereotipi della donna manager che non può conciliare carriera e famiglia è vecchio e ci offende.

Cosa può accadere quando si costringono le aziende a cooptare un numero predefinito di donne? Almeno due conseguenze negative: 1) non necessariamente viene scelto il meglio. Il timore fondato è che si faccia salire a bordo donne parenti o comunque vicine all'azionista di riferimento o professioniste di secondo livello. Con il risultato di perdere in indipendenza e in professionalità del consiglio stesso; 2) che le donne cooptate controvoglia dalla società possono incorrere in una reazione di emarginazione all'interno del consiglio, proprio perché frutto di imposizione esterna e non di libera scelta”.

Vogliamo parlare di raccomandazioni? Vogliamo parlare di lobby maschile? Io no, lascio a voi, perché non faccio la gara “a chi ce l’ha più lungo”, anzi, seguo proprio il sistema inglese, in cui non guardo la politica, non guardo la religione, non guardo la razza, né il genere, ma esclusivamente le competenze e le potenzialità.

Il problema è di chi la pensa in questo modo antiprogresso che, al contempo, crea danni alla società. Il problema è di chi ha non sa relazionarsi, di chi non ha un compagno che fa la sua parte all’interno della famiglia. Il problema non sono gli impegni delle donne manager, ma la capacità della coppia di condividere la vita, nel bene e nel male, insieme.

Perché una donna è obbligata a dimostrare il doppio rispetto ad un uomo in ambito lavorativo? Con obiettività bisogna riconoscere che una donna deve dimostrare due volte di più di meritarsi un posto di lavoro rispetto ad un uomo. A parità di competenze, un'azienda privata sceglierà sempre un uomo. Ma spesso anche quando una donna è migliore, è l’uomo che verrà assunto, perché soggetto a meni problemi di vita famigliare.

In sede di colloquio, quante volte agli uomini viene chiesto se sono sposati, se hanno figli, se vogliono averne? A me, che sono donna, sempre ed è stato più volte discriminante. Una volta addirittura mi è stato detto: “questo è il contratto, per la malattia fatti un’assicurazione e se rimani incinta sono affari tuoi, noi non vogliamo sapere niente e il contratto si interrompe”. La cosa peggiore sapete qual è? È stata una donna a fare questo discorso.

Vivere questa situazione di perenne discriminazione, solo perché si è donne, non deve lasciare niente? Ci deve scivolare addosso? Dobbiamo far finta di niente e che tutto sia normale? “Sei in età da marito”, “e se poi rimane incinta l’azienda deve pagare la maternità”, “e se il bambino ha la febbre a 40 deve rimanere a casa”. Questa è profonda e abissale ignoranza. Questa è discriminazione di genere, violazione di diritti umani. Si è fatto tanto parlare in toni entusiastici dell’esempio del nuovo CEO di Yahoo, ma alla fine la sferzata di rinnovamento culturale in questo Paese, arido e sterile, non ha attecchito.

Vi lascio a una riflessione.

Trecento miliardi di dollari è la somma che le donne italiane gestiscono nelle spese quotidiane ogni anno. Eppure il loro peso nel mondo del lavoro è il più basso a livello europeo. Che cosa può impedire ad una donna di gestire capitali aziendali? Sono avverse al rischio? Se non dobbiamo guardare inutili studi e ricerche, chi lo dice? Solo perché sono sensibili, riescono a comprendere le esigenze altrui, con una mano preparano la cena e con l’altra rivedono un bilancio?

Il castello che è crollato negli ultimi anni è stato costruito principalmente da uomini, tanto che in America hanno coniato il termine “He-cession”, un gioco di parole che mette insieme il pronome personale maschile “he” (letteralmente “egli”) con “recessione”. Ebbene, questo è il risultato di chi non è “avverso al rischio” e passa come un carro armato sulla pelle di chi invece è eticamente superiore e qualche scrupolo, per sé stesso e per gli altri, è abituato a porselo.

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