Abruzzo: il dramma di ciascuno, la solidarietà verso tutti. Il terremoto delle donne e dei bambini

Beatrice

La terra ci ha ricordato sulla pelle che esistiamo, e continua a ricordarcelo ogni giorno. Il 6 aprile 2009 la vita di migliaia di persone è cambiata irreversibilmente. Nessuno ha potuto dire no.

Sono abruzzese. La mia famiglia vive a 60 km da L’Aquila e quella notte ero a Roma. La vita ha tremato, ma la tua terra chiama e tu torni a casa prima che puoi. Anche se vuol dire sedersi, camminare, mangiare, dormire sulla terra che si apre sotto i tuoi piedi.

Quella notte muore Luigi, 16 anni. I suoi amici hanno scavato a mani nude. Addormentato per sempre nel suo letto. Quella notte i miei amici rimangono sotto le macerie. Oggi ne portano ancora i segni, invisibili e indelebili. Ma sono vivi. Quella notte Federico non riesce ad alzarsi dal divano. Vede la casa spostarsi e contorcersi. Quella notte Massimo voleva buttarsi dal secondo piano. Quella notte mia sorella è sola in casa con due bambini piccoli in una città vicina all’epicentro. Riesce ad uscire. E’ per strada e stanno tutti bene. Quella notte mia mamma mi chiama e mi dice che stanno bene. Quella notte Federico tira fuori Margherita da sotto il muro crollato della camera da letto e, insieme alla mamma e alla nonna, sono gli unici superstiti di un’intera palazzina. Roberta e Donato rimangono intrappolati dentro casa con un bimbo di pochi mesi perché la porta si è deformata. Il vicino di casa è andato di persona a prendere di peso un vigile del fuoco per salvarli. Quella notte muore mia nonna. Quella notte ha scritto la storia nella disperazione assoluta.

Qualcuno dice che essere un giornalista è un mestiere come un altro. Ha le sue ossessioni, le sue follie, le sue manie, la sua quotidianità, la sua fantasia, il suo coraggio, il suo ardore, la sua passione, la sua cattiveria e la sua codardia. Eppure c’è qualcosa che lo rende unico. Un giornalista ha il dovere di testimonianza. Per professionalità, e non solo per senso civico.

Un giornalista ha il dono e la fortuna di poter essere la memoria storica del suo popolo. Ma se il giornalista è protagonista della vicenda cosa succede? Succede che questo dovere si indebolisce. Ecco cosa succede. Allora si possono percorrere due strade: quella intima, del silenzio, della rinuncia alla professione per rispetto del dolore e per la dignità di uomo. Oppure quella del cronista della propria vita e della sua terra. Entrambe sono scelte da rispettare, ma la seconda è di gran lunga la più difficile, umanamente e professionalmente. La più alta che fa scattare tutti in piedi.

Questa è stata l’ammirevole scelta di Giustino Parisse, capo-redattore del quotidiano abruzzese “Il Centro”. Nel terremoto ha perso i due figli e il padre. Ci ha dato due esempi strazianti (1 e 2) di cosa vuol dire dare testimonianza mentre il cuore ti viene lacerato dal dolore della perdita. Lo ha fatto per i suoi figli, per suo padre, e per tutti quelli che dal 6 aprile hanno avuto lo stesso destino.

Onna Aggirarsi per le strade come bombardate. Chiamare tutti quelli che conosci. Chiedere di cosa hanno bisogno. Metterne al sicuro nella mente almeno una parte. Sentirti vuota. Piangere e non capire perché. Guardare la vita con occhi diversi. Sentire urlare dentro. Ritrovarsi a togliere l’inutile e le indecisioni della vita. Chiudere gli occhi e non dormire. Chiudere gli occhi e tremare ancor prima che lo faccia la terra. Non capire che cosa fare di oggi e di domani. Straziante sapere che si scava a mani nude contro il tempo. E’ la tua vita che sparisce. E’ la vita che finisce.

Quando tutto e tutti tacciono capisci all’improvviso che è già iniziata una nuova vita. Il dramma è di ciascuno, la solidarietà verso tutti.

È bello e importante scrivere qui ciò che su un foglio di carta non potrete mai leggere: essere, vivere in mezzo alla gente, per strada. In questi momenti scopri tutta la tua debolezza, la tua impotenza, il tuo essere di carne e ossa. Ricevi conforto e aiuto da chi è disperato quanto te, più di te. Apri gli occhi alla grandezza di questo popolo. Troppo facile affidarsi adesso a Dio, vero? Se ci pensiamo però, gli abbiamo affidato le persone più belle.

Il terremoto è uomo. I protagonisti di questi ultimi due mesi hanno avuto sembianze maschili. Forza e coraggio di vedere la morte appena arrivata è uomo. I primi soccorsi, i primi volontari, i vigili del fuoco. Sembra che per le strade ci siano stati solo uomini. Ma non è del tutto vero. Se un uomo scava, una donna colma il vuoto in silenzio. La donna conosce i bisogni di uomini, donne e bambini. Organizza. Prepara. Consegna.

Le prime necessità sono state tetto e cibo. Poi i vestiti. Pian piano sono riapparsi tutti i bisogni e gli oggetti della quotidianità. Messa a tacere la preoccupazione per la sopravvivenza, esplode l’angoscia del che sarà di noi. Il lavoro. La scuola. La casa. I soldi. I sogni. I sacrifici di una vita intera. Come si dimentica? Come si ricomincia? Come si ritorna a vivere?

Eppure tutti sono concordi su una cosa: i bambini sono la speranza. Un uomo e una donna che si sposano sono motivo di speranza per la vita che ricomincia.

Si dice che la morte non deve avere un volto. Ma la vita invece sì. Quando ne parli o ne scrivi tremano le mani. Ti chiedi se il tuo stato d’animo, se i tuoi pensieri danno dignità e giustizia a queste persone. Chi è rimasto ha diritto di sperare che la vita non è finita per loro. Per questa speranza, vi voglio raccontare cosa ho visto io. Vi voglio raccontare come una mamma e un papà come tanti stanno trovando la forza per andare avanti e sorridere ancora.

Hanno occhi profondi come il cielo di notte. Blu. Beatrice, 3 anni e mezzo, si porta dentro ferite oggi invisibili. Andrea, 4 mesi, si porta dentro una storia che ancora non conosce. Anche loro vivono in una tendopoli.

Beatrice: “Vieni a giocare a casa mia? E’ vicino. Casa mia è la tenda 33”.

Tremano gli occhi, l’anima, la vita a sentire queste parole. Tamara, la mamma, mi racconta con emozione quella notte.

"Il boato è stato disumano. Non riuscivamo a sentirci nemmeno gridando. Beatrice gridava mamma mamma crolla tutto. Quando abbiamo capito che non si trattava della semplice scossa quotidiana non riuscivamo ad alzarci dal letto. Andrea era nella sua culletta e vedevamo la testolina fare su e giù. Tutto si muoveva e né io né mio marito Paolo riuscivamo ad afferrarla. Sono stati momenti di panico. Presa la piccolina siamo scappati fuori con tutto quello che potevamo prendere. Abbiamo chiamato la mamma di Paolo per sapere come stava, se aveva subito danni e immediatamente ci siamo messi in macchina per andare a casa sua. Lungo il tragitto abbiamo trovato di tutto. La strada si era spaccata in due e per non rimanere li o tornare in dietro Paolo ha spinto la macchina a tavoletta per superare la voragine. Sembrava un film, ma era la verità, la disperazione di salvarsi e rivedere tutti. Dal giorno del terremoto viviamo in una tenda. La maggior parte del tempo sono sola con le bambine perché Paolo lavora nell’ospedale Santa Maria della Pace, e con tutto quello che è successo hanno dovuto lavorare in maniera eccezionale. L’ospedale è completamente pieno, e così anche la casa di cura”.

Tamara mi racconta anche la storia di Andrea, la più piccola, una bambina sorridente e serena che vive nel suo mondo incantato. Una bambina che ha avuto tanta forza di sopravvivere. Nata il 1° febbraio, era stata ricoverata dopo poche settimane nel reparto di pediatria dell’ospedale San Salvatore di L’Aquila, ed era stata dimessa qualche giorno prima del crollo del castello di carte costruito dalla Impregilo. Sembrerebbe destinata a fare grandi cose nella vita… e Tamara mi racconta anche di tutte le volte che ha chiesto assistenza psicologica per le bimbe e di tutte le volte che le è stato risposto "inoltreremo la richiesta". In due mesi, gli psicologi si sono recati in quella tendopoli solo tre volte.

Oggi la tenda numero 33 di cui parla Beatrice si trova nella tendopoli di Fontecchio, a pochi chilometri dal capoluogo abruzzese, un paesino arroccato da cartolina. Un paesino di 421 anime. Un paesino situato nel bel mezzo del cratere del sisma, con il 65% delle case inagibili, che ha riportato crolli e danni abbastanza gravi e - fortunatamente - senza vittime. Un paesino che, sebbene terremotato, con oltre 100 persone che oggi dormono ancora nelle tende, non rientra nei “49 Paesi del cratere”.

Fontecchio è come una persona che ha avuto un incidente ed ha ferite interne”, ha detto Angela Marzia Ippoliti, membro del Comitato "Fuori del cratere” che si sta battendo con tutte le armi possibili affinché vengano riconosciuti i diritti di queste persone rimaste senza casa e senza lavoro.

Gli aggiornamenti delle ultime ore parlano di passi avanti da parte della Protezione Civile, nella persona stessa di Guido Bertolaso che ha visitato Fontecchio rivelando attenzione verso questo paese bisognoso di aiuto. Il sindaco, Fiorangelo Benedetti, al vedersi rivolgere mille domande – anche da me in persona -, si è detto sempre fiducioso nelle istituzioni. Eppure grande merito spetta ad un pugno di persone, il Comitato, che ha deciso di agire per conto proprio, slegandosi dai normali canali di richiesta e reclamando a gran voce i propri diritti, allo stesso tempo offrendo piena disponibilità alla collaborazione con le istituzioni, al fine di ridurre i tempi di attesa e permettere a più persone possibili di riavere la loro vita.

Chi ha perso tutto deve pur attaccarsi a qualcosa. Non pensate?

Beatrice
Beatrice, Andrea e due volontari della Protezione Civile
e la torretta non c'è più
macerie
pavimento aperto (circa 3 cm)
soffitto rotto
soffitto rotto - 2
Epicentro terremoto
primi soccorsi
Chiesa crollata
primi soccorsi

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