Il corpo delle donne non è in vendita: l'Islanda mette al bando gli strip club

strip clubLa ragione nobile è quella che sostiene che il corpo delle donne non si vende. Un’altra ritiene, con un certo sprezzo, che quello della spogliarellista sia uno dei lavori meglio pagati a fronte di basse competenze richieste. Poi c’è chi gioca la carta della salute, perché i professionisti del sesso espongono se stessi e gli altri a rischi. Infine, saranno più gli uomini e assai meno le donne – meno quelle che ci tiravano fuori lo stipendio – a dolersi della chiusura degli strip club. Succede in Islanda, che è stato definito il paese più femminista del mondo.

Per rispondere al problema dell’industria del sesso, e specialmente per controllarne gli aspetti di rischio, in altri paesi si agisce cercando di regolamentarla. L’Islanda, invece, risponde in maniera più radicale per mano del suo primo ministro Johanna Sigurdardottir: i club che mercificano la donna devono chiudere i battenti.

Dietro c’è molto più di quanto non sembri, perché chi lavora in questi locali viene generalmente dall’estero con un flusso costante mentre le islandesi, secondo i politici che sostengono questa linea di condotta, non sono affatto interessate a lavorarvi. Di più: i club sono considerati i focolai nevralgici della prostituzione.

È bastato poco: mobilitare la parte femminile del Parlamento, che è quasi la metà, criminalizzare l’acquisto di sesso, rendendolo punibile, supportare l’iniziativa con una robusta campagna di prevenzione della violenza sulle donne – un esempio che andrebbe seguito con maggior fervore in molti altri paesi europei, incluso il nostro.

Un sondaggio ha rivelato che queste mosse sono state apprezzate dalla maggioranza della popolazione, non solo femminile. La questione centrale è ancora una volta non solo la mercificazione della donna in sé, ma se certe misure repressive conducano a qualche risultato apprezzabile o non diano il via, invece, a circuiti meno controllati. Chissà, in Islanda forse no. Ma qui da noi?

Via | Feministe

Foto | Flickr

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