Ad una dalla morte di Roberta Tatafiore esce l’ultimo libro: “La parola fine, diario di un suicidio”

In più occasioni le donne che portarono avanti il movimento femminista hanno preso le distanze da quella rivoluzione, mai così lontana nel tempo, dichiarandole per alcuni aspetti il fallimento.

Qualcosa evidentemente non è andato bene se quel percorso, per qualcuna, è stato troppo pesante per essere proseguito nella società civile. L’anno scorso, l’8 aprile, si suicidava dopo mesi passati in totale solitudine Roberta Tatafiore che nelle settimane prima aveva dissentito sul trattamento che legislatore voleva adottare per tutelare un’altra donna. Quella persona era Eluana Englaro.

Scriveva della ragazza in coma vegetativo, e del relativo provvedimento che il Governo si apprestava ad approvare in tempi record, l’intellettuale:

“Mi chiedo cosa accadrà, dopo la legge che il governo si appresta a varare, di quello spazio privato di anarchia compassionevole, agìta all’interno di relazioni informali… Temo che verrà fortemente ridotto. E correremo il rischio, tutti e tutte, di ritrovarci come ‘farfalle prigioniere’…”

Ad un anno di distanza da quei pensieri esce, per Rizzoli, un libro postumo di Roberta Tatafiore. Si intitola “La parola fine, diario di un suicidio”. Simonetta Fiori che si è occupata dell’opera scrive per Repubblica:

“C'è qualcosa che inquieta e affascina nel commiato di Roberta Tatafiore, un lucido e appassionato diario che accompagna la scelta del suicidio. Roberta aveva "composto" la sua morte con la stessa cura con cui preparava i suoi articoli: le missive "a orologeria", i regali postumi scelti con amore, la casa lasciata integra, senza ombre cupe di morte, confinate in un'anonima stanza di pensione.

«Poco prima di Natale», annota Roberta, «mi rendo conto che la morte è pronta, la scrittura mi trattiene». Le parole sono le uniche depositarie di senso. Ed è solo ad esse che si può affidare «la storia dopo la vita».

Quella che si svolge in Comporre la mia morte - così il titolo originario scelto dalla Tatafiore per il suo manoscritto - è una dolente «familiarizzazione con il suicidio», che comincia dalle donne capaci di «trasfigurare in poesia il gesto ultimo», Sylvia Plath ed Anne Sexton, Marina Cvetaeva ed Amelia Rosselli. La letteratura diviene l'ancoraggio in «quell'ondeggiare tra l'esistere e il dissolversi» che è la preparazione alla morte per propria mano”.

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