Intervista - pinkblog incontra Giuliana Mieli

Pochi giorni prima dell’uccisione del piccolo Alessandro Mathas, il bambino di 8 mesi morto nelle scorse settimane a Nervi, abbiamo incontrato per pinkblog.it Giuliana Mieli, pschiatra e autrice del libro “Il bambino non è un elettrodomestico” che una volta di più ci ha ricordato come i brutti casi di cronaca si riescono ad evitare.

Partiamo dal titolo “Il bambino non è un elettrodomestico”. Non è scontato come concetto?

Ahimé sarei contenta se fosse scontato ma non lo è. Le ricordo soltanto che un libro, che ha avuto un grandissimo successo, inizia dicendo che c’è una differenza tra un elettrodomestico e un bambino. Se per il primo ti danno, al momento dell’acquisto, il libretto delle istruzioni per il secondo nessuno ti dice come gestire la genitorialità.

All’ultima edizione di Zelig ha preso parte anche Debora Villa che in più sketch ha scherzato sul suo stato di primipara attempata. Anche lei, come racconta nel libro, è stata una primipara attempata.

È tutto talmente protocollato che appena sei al di fuori da alcuni standard vivi l’ingresso in ostetricia come un percorso ad ostacoli.

Lei quanti anni aveva quando è rimasta incinta la prima volta?

Avevo 39 anni. Non ho badato alle critiche iniziali e ho avuto l’ultimo figlio a 43 anni.

Come è cambiata la sua vita professionale dopo la gravidanza?

Io prima lavoravo in psichiatria. Quando ho avuto i figli, tre e di fila, non ho più voluto lavorare perché questo implicava un’assenza da casa che io non vivevo bene. Per questo motivo ho ripiegato sull’attività privata per gestire tutto in maniera più elastica.

Quando l’ospedale in cui ho partorito mi ha chiesto la disponibilità per dei progetti riguardanti la maternità, pur non sapendo bene cosa avrei fatto, ho subito accettato.

In che ospedale ha lavorato?

Ho collaborato con l’ospedale di Monza. Sono rimasta lì per vent’anni. Dopo di che sono andato all’ospedale San Giuseppe di Milano per portare in un’altra realtà milanese la stessa esperienza maturata a Monza.

La maternità pericolosa è spesso oggetto di cronaca tanto che il nuovo programma giornalistico di Salvo Sottile ha debuttato parlando di infanticidi. Secondo lei sono i media ad occuparsi male del problema o tali disturbi sono in aumento?

Il problema vero è che nessuno si domanda perché questo succede. Non se lo domandano i media ma neanche la psichiatria ufficiale tanto che hanno coniato l’espressione “depressione post parto”. Io personalmente credo che tali disturbi non siano da attribuirsi alla maternità ma a quello che è successo prima.

La natura non provoca ad una donna la depressione dopo aver partorito perché sarebbe contro la sopravvivenza della specie.
La gravidanza accentua dei disturbi che esistevano prima. Se io con il raffreddore faccio una scalata mi viene la broncopolmonite.

Una donna in gravidanza non è malata ma è fragile perché regredisce fino a capire i bisogni del bambino che porta in grembo.
Questo cammino fa sì che emergano dei bisogni affettivi che non erano stati ascoltati o su cui non ci si era concentrati prima.

Se noi avessimo uno sguardo attrezzato sulla gravidanza, che non è dato solo dalla presenza dello psicologo ma da un più generale lavoro di equipe.

Si tratta di prevenire. Per prevenire bisogna capire.

  • shares
  • Mail