Pedofilia: la psicologa e il mostro

“I mostri non esistono. Un pedofilo non va identificato col suo reato. Per me è prima di tutto una persona. E un paziente con un disagio psichico che va curato e guarito. Anche con i miei pazienti pedofili instauro spesso un vero rapporto d’amore”. Il rigore scientifico e la naturalezza con cui Marina Valcarenghi, psicoterapeuta

"I mostri non esistono. Un pedofilo non va identificato col suo reato. Per me è prima di tutto una persona. E un paziente con un disagio psichico che va curato e guarito. Anche con i miei pazienti pedofili instauro spesso un vero rapporto d’amore". Il rigore scientifico e la naturalezza con cui Marina Valcarenghi, psicoterapeuta milanese con trent’anni d’esperienza, pronuncia queste frasi fanno quasi dimenticare il loro contenuto di rottura. Nel 1994 il carcere di Opera le affidò un progetto pilota di psicoterapia sui detenuti.

Per nove anni Valcarenghi ha lavorato con un gruppo di sex offender (pedofili e stupratori) della sezione di isolamento maschile. Da allora molti uomini (e qualche donna) con comportamenti sessuali violenti si sono rivolti a lei per essere curati e continuano a farlo. La pedofilia infatti è uno dei reati a più alto tasso di recidiva e le misure preventive sono urgenti, sia per tutelare le piccole vittime di una violenza terribile, sia per mettere gli autori di questo crimine nella condizione di difendersi da un desiderio tanto riprovevole quanto irrefrenabile. Marina Valcarenghi indica la via in un libro dal titolo Ho paura di me. Il comportamento sessuale violento, recentemente pubblicato da Bruno Mondadori.

Dottoressa Valcarenghi, partiamo dal titolo del libro.
"Ho paura di me" è una delle frasi che ho sentito più spesso ripetere dai miei pazienti. Molti di loro hanno paura della propria pulsione. Se si guardano allo specchio vedono un mostro, di cui hanno orrore.

Lei cerca di trovare le cause della pedofilia, ma spiega come non esista un’origine comune a questi comportamenti disturbati. A volte però i pedofili hanno subito a loro volta un abuso durante l’infanzia.
Capita in alcuni casi che chi abusa di bambini sia stato vittima di violenze, ma la cosiddetta "catena dell’abuso" è solo una delle possibili cause della pedofilia. Non esiste un legame necessario tra le due situazioni. Le persone reagiscono a un trauma subìto nei modi più diversi e non è detto che tutti diventino molestatori di minori.

Ha mai avuto paura davanti a uno dei suoi pazienti?
No. Cerco sempre di distinguere tra la persona e il reato che ha commesso. Verso quest’ultimo nutro ripugnanza. Ma un pedofilo non è mai solo l’azione violenta che ha compiuto: è anche un padre, un figlio, un marito, con una storia, dei rimorsi, dei disagi. Quello che è davvero barbaro è identificare un essere umano col suo reato.
All’inizio, lo ammetto, è stato molto difficile. Loro, uomini violenti, non si fidavano di una donna medico. Lentamente però è nata una relazione affettiva, la stessa che si crea nel migliore dei casi tra uno psicoanalista e il suo paziente, direi un vero rapporto d’amore. Questo non significa certo collusione o giustificazione per il reato di pedofilia. Sono rimasta in contatto con molti di loro: la maggior parte conduce una vita normale e ha una famiglia. Senza più pulsioni patologiche.

Qual è secondo lei l’approccio migliore in casi come questi?
Il reato deve essere assolutamente punito, ma il pedofilo è anche un deviante, un uomo che soffre e in quanto tale va aiutato. Il carcere non basta. Questo problema psichico va curato come tutti gli altri disturbi. Anche se tengo a precisare che la terapia è efficace solo nel caso in cui il paziente vi si sottopone in modo volontario. Ora sto per esempio seguendo un pedofilo esibizionista (cioè una persona che impone la visione del proprio corpo nudo a dei bambini, ndr), che è in attesa del giudizio definitivo. Lui sa che dovrà scontare almeno tre anni di carcere, ma nel frattempo si è fatto curare da me ed è clinicamente guarito. Non ha più quella pulsione. Ha voluto sottoporsi alla terapia finché era a piede libero, rendendosi conto che in prigione non è possibile.

La sua esperienza a Opera è rimasta senza seguito. Perché?
Perché non ci sono i fondi per questo tipo di attività. E perché non c’è la volontà politica di spenderli in questo modo. Molti considerano mal spesi i soldi impiegati per aiutare i cosiddetti "delinquenti". Invece la mia esperienza ha dimostrato che se si spezza l’isolamento in cui sono rinchiusi i detenuti, con la psicoterapia ma anche con iniziative che fanno entrare la società civile dentro al carcere come corsi di formazione, attività sportive e culturali, il loro livello di aggressività si attenua notevolmente.

Che cosa le ha insegnato Opera?
Ho capito che tutti hanno qualcosa da salvare, che non ci sono persone irrecuperabili per definizione. I mostri non esistono, chiunque ha un nucleo di umanità da difendere. Dopo Opera ho deciso di curare coloro che nessuno vuole curare.

Di pedofilia si può guarire quindi?
Certo. Qualunque disagio psichico può essere curato con buone possibilità di riuscita, compresa la pedofilia. Molti pazienti oggi vengono da me dopo aver scontato la pena o in attesa del giudizio. Alcuni si fanno curare senza essere mai stati denunciati né perseguiti. Il diritto alla cura, anche psicologica, è sancito dalla Costituzione e va affiancato all’eventuale condanna penale. Solo così si riabilita e si guarisce un detenuto con comportamenti sessuali violenti. Con evidente vantaggio per tutti.

Fonte: Panorama 16.5.07

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