Il tuo peggior psichiatra

Prendo spunto da alcuni post precedenti, e da alcuni commenti, inerenti la depressione e la terapia dei disordini mentali, per qualche iniziale considerazione in merito alla scientificità della psichiatria, alle posizioni dell’antipsichiatria, a quelle della psichiatria organicista e biologica. Il discorso si approfondirà via via, in post successivi. Henry Ey (1900-1977), massimo psichiatra francese, scriveva

Prendo spunto da alcuni post precedenti, e da alcuni commenti, inerenti la depressione e la terapia dei disordini mentali, per qualche iniziale considerazione in merito alla scientificità della psichiatria, alle posizioni dell'antipsichiatria, a quelle della psichiatria organicista e biologica. Il discorso si approfondirà via via, in post successivi.

Henry Ey (1900-1977), massimo psichiatra francese, scriveva alla vigilia della propria morte che La nozione di malattia mentale deve muoversi nell'orbita della biologia e della medicina. Egli definì la psichiatria come una branca della medicina che ha per oggetto la patologia della "vita di relazione" a quel livello di essa che assicura l'autonomia e l'adattamento dell'uomo nelle condizioni della propria esistenza.

Tra le varie branche della medicina, la psichiatria è quella che più risente della carenza di basi scientifiche solide nella classificazione nosografica, nelle teorie eziologiche delle malattie mentali, nella conoscenza dei meccanismi molecolari dei farmaci che utilizza. Nell’attuale sistema di classificazione delle malattie mentali (DSM IV) non sono infatti disponibili criteri oggettivi e strumentali – come avviene invece generalmente in medicina – ma soltanto classificazioni convenzionali che raggruppano "insiemi" di sintomi, la cui individuazione in ciascun caso clinico è fortemente influenzata dall'osservazione soggettiva del singolo psichiatra. Non esiste una teoria condivisa e fondata su evidenze sperimentali circa le cause delle malattie mentali; esistono, in proposito, soltanto varie ipotesi, sulle quali il dibattito è tuttora molto acceso. Alla scoperta – relativamente recente – degli psicofarmaci, che hanno consentito di migliorare il quadro sintomatologico dei pazienti, non ha fatto finora riscontro una comprensione scientifica soddisfacente dei loro meccanismi d’azione.

Sebbene tuttora non si conoscano terapie in grado di eradicare le forme più gravi di malattia mentale, psicofarmaci e psicoterapie, se usati in modo esperto, contribuiscono a migliorare in modo sostanziale la condizione dei pazienti; in molti casi è possibile arrivare ad una completa remissione e controllo della sintomatologia.

Nel 1978 Franco Basaglia portò in Parlamento una legge che prevedeva la dismissione degli ospedali psichiatrici e la cura dei malati negli ambulatori territoriali. La Legge 180/78, tuttora vigente, prevede il ricovero solo in caso di acuzie, rendendo l'Italia un paese pioniere nel riconoscere i diritti del malato.

Per quanto ne so, tuttavia, Basaglia non ha negato l'esistenza della malattia mentale, ma ha criticato e trasformato l'apparato di cura (che naturalmete apparato di cura non era) manicomiale, consapevole del fatto che tale istituzione era occasione di patologia e di cronicità piuttosto che di cura.

Sin qui, direi che possiamo essere tutti d'accordo.

Il disaccordo nasce a proposito di posizioni più radicali. Riporto un paragrafo dal sito: Antipsichiatria, la psichiatria come falso scientifico…

"…Se fossero un po’ più onesti riconoscerebbero invece che non hanno nessun mezzo per distinguere il "malato", il "diverso", dal "normale" e che ogni tipo di discriminazione e quindi di diagnosi si riconduce a un giudizio puramente morale e legato quindi al contesto sociale, ai canoni di normalità accettati da una determinata società. Non esistono per la psichiatria infatti metodi scientifici di diagnosi quali le analisi del sangue, i raggi x o altre cose del genere, gli psichiatri "analizzano il comportamento" e basta; come metodo scientifico lascia molto a desiderare non è vero?

Ora, a prescindere dalla confusione tra 'malato' e 'normale', laddove il riferimento al normale è privo totalmente di interesse, poichè il malato va distinto dal sano e non dal normale (il 'normale' è a mio avviso una categoria 'trasversale', quindi in tale contesto insignificante), la diagnosi non ha nulla a che fare e non deve avere nulla a che fare con la morale nè, al limite, con il comportamento. E non credo che sia in tale contesto che si può negare l'esistenza e l'evidenza di una patologia che esiste a proposito di sintomi, ideazione, percezione, vissuti. Non esiste infatti solo la nosografia (quella, per capirsi, del DSM, universalmente criticato), ma anche la clinica e la psicopatologia le quali – per quanto le alterazioni non si vedano ai raggi x – sono talora di evidenza indiscutibile, quando si tratti di deliri, allucinazioni, percezioni deliranti, oppure vere e proprie 'paranoie'. Il che non significa assolutamente 'limitarsi ad analizzare il comportamento', anzi direi precisamente il contrario, ovvero prescindere dal comportamento per analizzare la sanità o patologia (adeguatezza od inadeguatezza rispetto ai dati di realtà) dei vissuti, dell'ideazione o della timia (che possono avere un qualche corrispettivo nel comportamento che quindi può far testo solo come espressione evidente di una alterazione che trova la sua origine e la sua spiegazione altrove.)

Infine, questi continui riferimenti ai 'raggi x', ai ' dati di laboratorio' che, non essendoci, rendono evidente che non c'è nemmeno la malattia mentale. Ma la mente esiste o no? Dove si vede? Di che materia è fatta? Siccome non si vede ai raggi x, non esiste?

L'assurdo di certe posizioni, a mio avviso, sta precisamente qui: negando la patologia si nega la realtà psichica. Si potrebbe anche dire che il problema sta forse nel fatto che (eventualmente) negando la propria patologia si rischia, alla fine, di negare la propria realtà psichica. Si diviene così i peggiori psichiatri di noi stessi.

francesco giubbolini, psichiatra

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