Libri di donne. Filo a piombo. Sulle tracce di un mistero dell’arte di Lorenza Salamon

Copertina del libroSe amate il mondo dell’arte o siete incuriositi dalla personalità complessa e affascinante degli artisti, il romanzo di Lorenza Salamon, Filo a piombo, edito da Arpanet, vi piacerà sicuramente. Matilde, mediatrice d’arte, incontra, nel giro di poco tempo, tre uomini che le cambieranno per sempre la vita.

Il primo, “il Cavaliere” le lascerà un’inaspettata quanto insolita eredità e la convincerà a conoscere uno scontroso e passionale scultore, Bartolomeo. Il secondo, l’Avvocato che le presenta l’eredità, diventerà un amico prezioso ed un confidente affettuoso. Il terzo, Bartolomeo, lo scultore, la costringerà a fare i conti con le proprie emozioni e con i propri desideri.

A questi movimenti del cuore si affianca il movimento, fisico e mentale, dell’indagine che Matilde si troverà involontariamente a condurre. Le opere di Bartolomeo, infatti, e la vita del Cavaliere sembrano unite da un simbolo misterioso, ricorrente nei carteggi, nei marmi, nelle foto. Toccherà a Matilde tentare di decifrarlo per fare chiarezza nel passato dei due uomini.

Durante l’indagine, Matilde entrerà nella vita di molte persone, viaggerà tra il freddo di Milano e la masseria di Bartolomeo in Puglia, capirà meglio le proprie aspirazioni, si fortificherà, fino a dare una svolta alla propria vita. Anche il lettore, seguendo Matilde, entrerà in un mondo nuovo: quello delle gallerie d’arte, delle contrattazioni, di ciò che muove uno scultore nella realizzazione di un’opera ed un acquirente nel suo desiderio di tenerla con sé.

Quando ho finito di leggere il libro, mi sono detta, ma non vi dirò perché, che lo scultore Bartolomeo non è esattamente il mio personaggio preferito: troppo duro, troppo isolato. Eppure, pensandoci bene, mi sono accorta che anche Matilde è così. Nel suo muoversi, conoscere, amare, anche lei sembra trincerarsi dietro le proprie paure e titubanze.

Il suo linguaggio, sempre inappuntabile, me la fa immaginare impettita e a suo modo dura. Anche quando cede alle proprie passioni, in realtà non si muove di un millimetro. Nel suo rapporto con la zia Giuditta, un personaggio che rivelerà la sua importanza solo alla fine del romanzo, l’anziana signora sembra quasi una proiezione di ciò che Matilde diventerà.

Tutta la storia e i personaggi si prestano, secondo me, benissimo ad una trasposizione cinematografica o meglio televisiva. Una mini serie a puntate che ci porta nei contrasti dell’Italia, nelle case di ricchi proprietari, nelle gallerie d’arte, nello studio di uno scultore, sarebbe molto suggestiva.

Il vero problema sarebbe rendere visivamente le sculture di Bartolomeo, che incuriosiscono il lettore, ma restano, nella loro forma, inafferrabili. Potrebbero diventare un ulteriore elemento di suspance e restare sempre “coperte”, lasciando che lo spettatore le viva attraverso le emozioni che suscitano nei vari personaggi.

E ora la citazione:

Gli riferii della convinzione di Bartolomeo sulla necessità di abbandonarsi alla natura, alla sua contemplazione, perché “chi vi riesce è un individuo che ha sconfitto la paura della morte”, usando le sue stesse parole. Bartolomeo aveva fatto dell’osservazione della realtà il punto focale della sua arte e del suo pensiero. Un ideale fuori moda che confidava a pochi.
Ernesto sapeva della sua esistenza perché aveva già comprato una delle opere, del gruppo delle cinque, provenienti dall’acquisto del Cavaliere; non c’era bisogno di spiegargli quanta emozione le sculture di Bartolomeo sapevano trasmettere. Era in fibrillazione, me ne accorsi subito, entrò con quello sguardo ingordo che avevo notato già altre volte. Vidi immediatamente la sua eccitazione non appena lo condussi nel’unico locale del mio studio, ampio ma dall’arredamento essenziale, dove avevo appoggiato l’Elfo sulla base quadrata in legno grezzo.

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