Dal libro di Sharon Lamb, i consigli per crescere le figlie al di fuori degli stereoripi del marketing - parte 1

sharon lamb

Quando nostro figlio/figlia è invitato alla festa di compleanno di una bambina, recandoci a cercare il regalo, per andare sul sicuro quasi certamente sceglieremo qualcosa di rosa, giocattolo o vestito che sia. Le bambine adorano questo colore, adorano i braccialetti e le collanine, i bambolotti e le Barbie e una serie di altre cose, in cui rivedo io stessa la mia infanzia.

Questo non vuol dire però che non giocassi anche con il Lego o altre cose più da maschi; com'è oggi la situazione? Di sicuro è una questione soggettiva, che riguarda la personalità dell'individuo, ma c'è chi si è posto il problema scientificamente.

La dottoressa Sharon Lamb insegna all'università del Massachusetts, forse qualcuno di voi ricorderà il suo nome apparso lo scorso agosto in un articolo del Corriere della Sera che spiegava la sua teoria secondo cui l'immaginario dei supereroi moderni abbia un impatto negativo sugli adolescenti. Questa teoria, nata da una ricerca su un gruppo di ragazzini dai 4 ai 18 anni, sostiene che, a differenza dei primi supereroi che avevano una vita e un lavoro normali e soprattutto disponevano di una coscienza sociale, quelli di adesso sono privi di empatia verso gli altri e tendono a dominare tutte le persone che hanno intorno, amici compresi.

Lamb ha pubblicato però anche un libro dedicato alle bambine, dal titolo Packaging Girlhood (in Italiano più o meno suona: come ti confeziono la giovinezza delle ragazze). Vi presentiamo una serie di estratti dai capitoli di questo testo, che propone una specie di vademecum per resistere alle pericolose tentazioni del mondo del marketing.

Qui il "girl power" viene interpretato come un'assuefazione ai dettami imposti dai media, televisione in testa. Potrebbe essere considerato un po' allarmista per certi versi, ma vale la pena di dare un'occhiata, per avere almeno un'idea degli stereotipi e le fissazioni nei quali a volte anche un'educazione intelligente può inciampare. Partiamo da un estratto del capitolo 1 dedicato alla complessa faccenda del vestiario, il paragrafo in questione si intitola guardacaso, Vendere il Rosa:


Alcune bambine vanno pazze per il rosa, e altre no: come mai? Dipende da molte cose: gli imput ricevuti in famiglia, che cosa piace alle amiche, cosa guardano in televisione oppure alcune vogliono solo differenziarsi dai gusti delle sorelle. Il punto è che per la pubblicità se non ti piace il rosa, allora non sei femminile. Ma non solo, esistono vari tipi di rosa, da quello pallido e angelico con dettagli bianchi, a quello più aggressivo e carico con laccetti neri. E' una sorta di illusione questa, che viene proposta alle bambine, come dire, scegli che tipo di femmina vuoi essere. Ma hai solo due opzioni. Un atteggiamento che può non avere acun implicazione finchè siamo intorno ai 5 o 6 anni, ma che con il passare del tempo pone le basi per le discriminazioni da foto di classe: le bambine/ragazzine lottano per affermare la propria appartenenza alla barricata delle brave contro le cattive.

E' evidente che l'importanza dell'abbigliamento ha radici ben piazzate nell'infanzia, si inizia molto presto a sviluppare un senso del sè, a definire la propria identità anche attraverso ciò che indossiamo.

A parte la vita di tutti i giorni, già da piccoli ci si diverte un mondo ad assemblare i look per gli eventi particolari come le feste più o meno formali e quelle più divertenti.

Vediamo un altro estratto dal capitolo sul vestirsi, incentrato su Halloween, che negli Stati Uniti è estremamente popolare tra i giovani:


Nei siti dedicati ai costumi da Halloween, sono già presenti le categorie in cui ci si autoinserisce: principesse e Barbie, fantascienza oppure costumi da maschi e costumi da femmine; di solito sono molte di più le opzioni per i maschi e comunque per le femmine la maggiorparte prevede costumi da cheer-leader, dive di vario genere e rock-star. Il peggio arriva nella sezione "quando sarò grande" in cui si propone magari un bel look da cameriera francese, forse non è davvero il massimo che un genitore si può aspettare dal futuro di sua figlia. C'è qualcosa di deleterio in tutto questo, perchè la fantasia dei bambini trova terreno fertile proprio nel superamento dei ruoli canonici, usando l'immaginazione per inventare cose assurde e impossibili o seguendo semplicemente il guizzo umorale del momento. Perchè mai un genitore dovrebbe voler pagare per limitare le potenzialità creative di suo figlio?

E' vero che a volte per pigrizia ci lasciamo guidare nelle scelte e, certo, incoraggiare la creatività di un bambino anche nel vestire, può essere una bella esperienza da vivere anche come genitori. Cosa ne pensate voi di queste etichettature? Davvero le proposte commerciali ci inscatolano l'immaginazione in compartimenti stagni?

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