Blog e racconti brevi

Ho pensato di introdurre una nuova sezione del blog, inerente i racconti brevi. Qualche giorno fa ho scritto un breve post sulla psicoterapia, ed un collega mi ha inviato un breve racconto, che oggi propongo ai lettori. Se qualcuno desidera inviarmi un suo testo può farlo all’indirizzo vitadicoppia@gmail.com. I racconti possono riguardare i temi solitamente

Ho pensato di introdurre una nuova sezione del blog, inerente i racconti brevi. Qualche giorno fa ho scritto un breve post sulla psicoterapia, ed un collega mi ha inviato un breve racconto, che oggi propongo ai lettori. Se qualcuno desidera inviarmi un suo testo può farlo all'indirizzo vitadicoppia@gmail.com. I racconti possono riguardare i temi solitamente curati nel blog, ovvero psichiatria, psicoterapia, relazioni. Per ovvie ragioni, devono essere brevi.

Il racconto di oggi è del dottor Bruno Marchi, classe 1956, Psicologo psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico, vive e lavora tra Fasano (BR) e Bari. Da oltre vent’anni è psicologo presso comunità d’accoglienza per minori. Ha all’attivo pubblicazioni scientifiche e letterarie, l’ultima delle quali la traduzione di /D. W. Winnicott,/ /Un ritratto autobiografico/, di B. Kahr, edito da la Biblioteca, Bari, 2005.

Il racconto ha per titolo:

Pericoloso transfert

     Singer aprì cautamente la porta, ma il vigile occhio del dottor Lunge aveva già registrato la presenza. Immediatamente la consueta formula dell’accoglienza:

     – Buongiorno, si accomodi.

     Voce bassa e suadente.

     – Buongiorno, dottore – rispose vagamente irritato.

     Lunge percepì l’aggressiva vibrazione nella voce di Singer. Le possibilità erano due: la prima era che Singer fosse aggressivo nei suoi confronti e allora bisognava verificare il perché; la seconda che Singer fosse aggressivo contro se stesso, probabilmente a causa del senso di inadeguatezza pervasiva pandemica, tipica di quel periodo.

     – Mi dica – esordì Lunge, per aprire la seduta.

     – Oggi credo che non parlerò.

    Silenzio.

     – Oggi credo che non le racconterò nulla – riprese Singer.

     – Io, invece, credo che quello che lei mi sta dicendo sia già molto interessante. Ci provi.

     Lunge adottò la formula gratificante, nel tentativo di rinforzare il discorso di Singer, per agire fino in fondo il sintomo e risalire, dunque, la china della crisi.

      – No dottore, non ci riesco proprio. Del resto non è l’unica cosa che non so fare. Sono un disastro.

      Lunge gongolò interiormente, ne era pure capace. La sua ipotesi prendeva corpo e poteva, così, continuare nella costruzione della mappa terapeutica.

     – Credo che dovrebbe dimostrarmi che non sa fare niente!

     La prescrizione era evidente: cercare di far fare dando il comando di non fare niente. Se Singer fosse rimasto fermo avrebbe dimostrato di non saper far niente, ma dimostrando ciò avrebbe pur fatto qualcosa e allora non sarebbe stata vera la sua incapacità. Il paradosso terapeutico veniva impiegato spesso da Lunge, in armonia con la scuola di Alopalto, anche se con preparazione e programmi diversi.

     – Questi suoi giochetti paradossali cominciano a stancarmi; non dimentichi che io sono un uomo!

     Singer non era più nervoso, anzi l’esser riuscito finalmente ad affrontare il dottore lo aveva di colpo calmato.

     Lunge restò in silenzio, come spento, ma la delusione non era nei suoi programmi e per questo aggiunse:

     – Credo che la sua aggressività nei miei confronti rappresenti simbolicamente l’attacco che vorrebbe portare ai suoi superiori o a suo padre. Credo che lei in me veda un nemico, anche se solo interiore.

     Ricorreva alla psicoanalisi di rado, ma era l’unica che funzionava nei momenti critici.

     – Ma davvero crede che non abbia mai sentito parlare di Freud? E’ passato del tempo da quando le neuroscienze hanno a dimostrato la fondatezza delle sue teorie. E’ su tutti i manuali scolastici, mi meraviglia che lei utilizzi il suo insegnamento così ingenuamente e banalmente.

     Singer era stato chiaro e Lunge, forse per la prima volta nella sua carriera terapeutica, si trovò in seria difficoltà, fu costretto all’autorivelazione.

     – Sa, Freud è comunque previsto dai miei programmi.

    Lunge stentò, tradendo qualcosa di troppo simile a un’emozione.

      Singer tacque, ormai sicuro di avere vinto la partita con Lunge. Un senso di piacevole soddisfazione percorse la sua schiena. Pensò che quella sarebbe stata l’ultima seduta, ormai si sentiva completamente guarito. Non aveva più bisogno di terapia.

      La quiete si fece pesante e Lunge pensò bene di approfittarne per rimettere in sesto i percorsi teorici ormai pericolosamente sfasati. Il disordine era grande.  

      Il silenzio è difesa, ma anche possibilità di guardare al proprio essere interiore. Lunge guardava dentro se stesso, ma non riusciva a trovare niente di interessante. Tutto era freddo e controllato sin dall’origine. Non riusciva ancora a capire la propria utilità. Gli altri suoi colleghi svolgevano mansioni socialmente più importanti della sua e certamente più divertenti e variegate. Lui doveva limitarsi a registrare e rispondere, secondo precisi schemi prestabiliti. Non aveva fantasia, ma non era colpa sua, qualcuno aveva programmato così per lui.

     Ora era lì, di fronte a un uomo, immerso in un silenzio totale, freddo e ostile.

     Singer decise di rilanciare in quello strano gioco raddoppiando la posta.

      – Dottore, sono guarito!

      Lunge continuò nel mutismo mentre elaborava questa informazione, sembrava che un discreto varco si fosse aperto nelle difese del paziente. Ma erano difese?

     – Io credo che lei non sia completamente guarito. Io penso che dovrebbe dimostrarmelo.

     – Come?

     – Per esempio avvicinandosi a me e toccandomi.

     Lunge ormai assaporava il gusto della rivincita, Singer non avrebbe mai osato. Era come ordinare a un primitivo di violare il totem.

     – Va bene – disse tranquillo il paziente.

     – Gli occhi Singer divennero piccoli e guardarono a lungo lo psicoterapeuta. 

     Lunge non avvertì nessun dolore, non era stato preparato per quello e nemmeno per la paura. Sentì la sua voce disarticolarsi mentre Singer, in tutta coscienziosità, lo smontava, lasciando che i circuiti perdessero intensità e memoria. Quante storie aveva registrato? Tante e mai nessuno che si fosse preoccupato di stamparle, per studiarle,  affinare il metodo, migliorare l’intervento terapeutico destinato ai poveracci. Chi aveva la possibilità di pagare trovava qualcuno che gli prestava ascolto, chi non aveva mezzi trovava uno Psyk/01, di seconda generazione.

     Lunge sentì che tutto diventava freddo e, stentatamente riuscì ancora a pensare che l’avrebbero riattivato, riportato a nuova vita anche se ormai vuoto di memoria come un feto nel ventre materno, resettato ma vivo. Avrebbe dimenticato Singer e gli altri otto casi che seguiva da anni, ma avrebbe ripreso ad ascoltare.

     Lunge, aveva spesso parlato con i suoi pazienti della morte, ma non aveva mai osato descriverla come un lento perdere energia. Forse, pensò, così capitava agli Antichi Romani che si tagliavano le vene e si lasciavano morire in un bagno d’acqua calda e profumata che, tingendosi di sangue, pareva porpora, buona per le tuniche dei senatori. Forse per gli uomini è comunque così, loro invecchiano e, prima di morire, lentamente perdono sogni, speranze, amori, in una parola energia. Tutto questo era ancora in Lunge, un attimo prima che Singer estraesse il circuito giusto.

     La macchina si spense con un rantolo.

     Singer, perline di orgasmico sudore dalla fronte al collo, sapeva che quel suo gesto significava liberazione totale dal dominio della relazione terapeutica. Sapeva, occhi dilatati dal piacere, di compromettere la guarigione di altre persone. Sapeva, preda ormai di violente emozioni, che avrebbe pagato una pesante sanzione all’Amministrazione Centrale della salute Mentale. Sapeva, interprete di ancestrali riti di violazione del totem, che altri avevano fatto lo stesso.

     Quello che non sapeva e che si chiedeva, dopo anni, tra le bianche pareti di una stanza isolata del manicomio distrettuale, era cosa facessero i suoi antenati per liberarsi del proprio psicoterapeuta quando non ne potevano più. 

Bruno Marchi marchib@libero.it