10 parole che hanno fatto la storia della moda: jeans

È perfettamente inutile riscriverne la storia, del resto lo fa ogni singola azienda che li produce, ogni collezionista, ogni appassionato di ogni parte del mondo.

Il jeans è il capo di vestiario più popolare universalmente riconosciuto, emblema della globalizzazione della comunicazione resa possibile dalla moda: è l’indumento che troveremmo nell’armadio immaginario di una geisha giapponese, di un adolescente inuit, di un’agiata signora parigina, di un barbone di New York.

Come una lingua comune, è passato dalle gambe nervose dei cercatori d’oro del West a quelle muscolose dei militari americani in libera uscita della seconda guerra mondiale e da questi, attraversando i mercatini dell’usato, ai giovani degli anni ’50, ’60 e ’70, alle passerelle e alle griffe degli anni ’80, alla destrutturazione degli anni ’90, alla ricerca di nuovi stili di vita e di tranquillità dei giorni nostri.

Sono un vero e proprio mito di giovinezza, oltrepassano però la definizione che di questo mito diede il linguista e semiologo francese Roland Barthes: naturalizzare ciò che è stato culturalmente elaborato.

I jeans sono per eccellenza una seconda natura della nostra pelle, reale o immaginaria che sia.

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