In carcere se abortisci dopo uno stupro per inquinamento delle prove. Proposta shock in New Mexico


Tre anni di carcere. È questa la pena per le donne che decidono di abortire dopo aver subito uno stupro. Per quale motivo? Secondo la repubblicana Cathrynn Brown, che ha firmato la proposta di legge presentata al Congresso del New Mexico settimana scorsa, si tratta d’inquinamento di prove ed è un reato. Ancora una volta negli Usa si torna ad attaccare la legge sull’aborto e stavolta lo si fa nel peggiore dei modi, violando la libertà di scelta di una donna umiliata e ferita.

L’inquinamento delle prove includerà l’abortire o il facilitare un aborto oppure il costringere qualcuno a ottenere l’aborto di un feto che sia il risultato di una penetrazione sessuale criminale o di un incesto, con l’intento di distruggere le prova del crimine.


Questo è quanto si legge nella House Bill n. 206 presentata alla Camera dei Rappresentanti. Con questa proposta, l’aborto da diritto si trasforma in reato di terzo grado, proprio al pari di omicidio volontario, furto, lesioni aggravate, sequestro e guida in stato di ebrezza. Tutti reati puniti con il carcere (massimo tre anni). Quello che sconvolge di più non è solo il fatto che la vittima sia trasformata in una criminale, ma che l’idea di combattere la legge sull’aborto con questi mezzucci provenga proprio da una donna.

Tra il 2011 e il 2012, i repubblicani sono stati in grado di far approvare in 30 Stati ben 135 leggi che limitano il diritto di interrompere la gravidanza (garantito nel 1973 dalla Corte Suprema). Pensate che Paul Ryan, vice candidato alla Presidenza di Mitt Romney nel 2012, ha firmato il progetto di legge chiamato “taxpayer funding for abortion act”. In che cosa consiste? La donna, per accedere ai fondi federali per le vittime, deve dimostrare di essere violentata energicamente. La violenza in sé non è sufficiente.

L’unica buona notizia per il New Mexico è che questo progetto difficilmente diventerà legge, perché in questo Stato la maggioranza è democratica.

Via| Il Fatto quotidiano

Foto | Flickr

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