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American Pastoral di Philip Roth, capolavoro della letteratura americana e vincitore di un premio Pulitzer nel 1997, oggi è un film diretto ed interpretato da Ewan McGregor con Dakota Fanning e Jennifer Connelly, nelle sale dal 20 ottobre. Ewan McGregor con l’aiuto dello sceneggiatore John Romano, hanno messo in scena una storia vibrante, capace di entrarti dentro sin dai titoli di testa.

La vita di una tipica famiglia americana lanciata verso il successo, prende una brutta piega quando la guerra arriva letteralmente sulla porta di casa. In uno dei periodi più turbolenti e ricchi di cambiamenti nella vita americana, che passa dalla positività del dopoguerra e la conformità dei tardi anni ’40 agli esplosivi subbugli e degli anni ’70, Seymour Levov detto “lo Svedese” (Ewan McGregor), un uomo che dalla vita ha avuto tutto, si chiede a che punto della sua vita ha sbagliato.

Per tutta la sua vita ha incarnato il Sogno Americano, aveva bellezza, carriera, soldi, una moglie ex Miss New Jersey (Jennifer Connelly) e una bambina a lungo desiderata (Dakota Fanning), ma la tragedia trovò ugualmente “lo Svedese”, il cui mondo pian piano va in pezzi quando la figlia ormai adolescente compie un attacco terroristico che provoca una vittima.

Il mondo descritto è quello della rivoluzione contro la Guerra del Vietnam vista sul fronte interno, una ricerca psicologica che si concentra sulla vita famigliare e sull’esperienza umana. Questo è un film padre-figlia, che parla di umanità, di paternità e di difficoltà famigliari. Non sono temi confinati a certi periodi storici, sono senza tempo.

American Pastoral, infatti, si svolge attraverso diversi decenni di veloci cambiamenti culturali, ed anche le scenografie del film dovevano rispettare quegli anni nell’aspetto e nella tavolazza di colori. Per ottenere questo risultato, Ewan McGregor ha lavorato a stretto contatto con un team guidato dal direttore della fotografia, Martin Ruhe, lo scenografo Daniel B. Clancy e la costumista Lindsay Ann McKay. L’approccio scelto è stato quello di creare un’eco visiva ai radicali cambiamenti nella vita dello Svedese, dalla promessa, alla catastrofe e poi all’ossessione. Una tavolozza di colori vibranti domina l’inizio del film, a specchio delle luccicanti speranze dell’America del dopoguerra. Dopo che la bomba distrugge l’ufficio postale di Old Rimrock— e la famiglia Levov — i colori cominciano a svanire, in parallelo con il drammatico cambiamento nel destino dello Svedese.

Il film, però, attraversa anche le transizioni della moda, portando il pubblico attraverso periodi di stile differenti – tutti sotto l’egida della costumista Lindsay Ann McKay. Il film doveva arrivare in modo immediato e Lindsay è riuscita a farlo attraverso i costumi, corretti per il periodo storico e molto realistici, ma spesso contrastanti con i temi di American Pastoral. Il contenuto intenso della storia, infatti, non si riflette nell’abbigliamento dei personaggi, che rimane semplice. Il focus è andato sui tessuti, sul taglio e su una qualità attenuata che lascia al centro della scena i dialoghi e l’argomento della storia.

I colori sbiadiscono anche negli abiti dello Svedese, si comincia con un vestito di lana blu, bello, caldo per arrivare alla fine del film, a grigi chiari e colori che lo fanno apparire slavato. È slavato, ma rimane sempre adeguato, per rimanere nel ruolo dello Svedese anche quando sta crollando. In maniera simile, il guardaroba della moglie Dawn attraversa degli stadi che riflettono l’ampio arco del suo percorso emotivo: inizia con colori più chiari, è una ragazza di campagna. Poi, quando la sua vita viene stravolta e la vediamo nella casa di cura, il colore non c’è più. Tornano dopo il lifting, ma sono colori più ricchi, aggressivi, colori gioiello che dimostrano che lei è una donna nuova.

McKay ha creato tutti gli abiti e i cappelli dello Svedese, mentre per molti capi del guardaroba di Fanning ha utilizzato come fonte i negozi vintage di Pittsburgh. Il look di Dakota diventa sempre più sofisticato man mano che lei passa più tempo a New York e poi più selvaggio quando diventa una fuggitiva. La designer è stata particolarmente soddisfatta del soprabito che Merry indossa quando si riunisce con il padre anni dopo. E’ enorme e informe, così da far sembrare Merry più piccola, vulnerabile e infreddolita.

Per McKay, concentrarsi sui dettagli è stata una grande gioia dall’inizio alla fine. “Adoro tutti gli accessori, i cappelli, i guanti”, pensa lei. “Questo è uno dei film in cui mi sono divertita di più. Mi è piaciuto avere la possibilità di prestare attenzione ai piccoli dettagli che ritengo si siano persi nell’abbigliamento moderno”.

Insomma, un film un po’ dark, che esplora il lato oscuro dell’animo e della famiglia. Un racconto da vedere, da capire, con uno dei finali più emozionati ed enigmatici di sempre.

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ultimo aggiornamento: 23-10-2016