Michelle Hunziker risponde alle critiche: "Striscia non è un lavoro"

Michelle Hunziker torna a parlare della sua gravidanza e soprattutto del suo “frettoloso rientro al lavoro”, dopo aver raccolto le critiche e l’indignazione di moltissime donne italiane.



Michelle Hunziker è stata fraintesa? Questo è quello che pensa la soubrette svizzera che giovedì scorso ha dato alla luce la sua bambina, Sole, e lunedì, ben 4 giorni dopo, è rientrata alla conduzione di Striscia La Notizia. Non contenta, nei giorni della sua assenza ha mandato messaggi video e organizzato collegamenti web in diretta. L’obiettivo di Michelle era quello di far capire alle donne (e non solo) che la maternità non è una malattia. Peccato, che le italiane, mamme e non, non hanno accolto serenamente il suo spot. E probabilmente non c’è stato alcun fraintendimento.

La maternità non è una malattia, è vero, ma è anche un diritto (privilegio per alcune) che va tutelato quanto più possibile e una donna che subito dopo il parto chiede di essere reintegrata può essere portatrice di un messaggio ben diverso, ovvero che la maternità in realtà non ha bisogno di un periodo di stop professionale per proteggere la salute di mamma e bambino e che le conquiste (ancora misere nel nostro Paese) ottenute dopo anni di battaglie e fatiche sono in realtà solo fregnacce da mamme fannullone desiderose solo di un periodo di vacanza. Così Michelle ha deciso, in un’intervista al Corriere, di difendere la sua posizione.

Striscia la notizia non è un vero lavoro, è un divertimento. Se avessi avuto una professione normale, che mi impegnava 8 ore al giorno, mai e poi mai sarei tornata a lavorare poco dopo il parto. Voglio godermi la mia bambina.

È questa la verità: la Hunziker è una donna privilegiata, che abita a pochi minuti di strada dagli studi dove registra e ha un team che la segue e la sostiene in tutto.

Esco di casa verso le 17.30, arrivo in redazione alle 18, vedo servizi e notizie della giornata, vado al doppiaggio, poi in sala trucco, infine in onda. Prima di uscire di casa dò la poppata alla bimba, poi come tantissime mamme mi tiro il latte e il biberon verso le otto glielo dà Tomaso, o Aurora, o la tata. Rientro verso le nove e mezza o le dieci, pronta per la nuova poppata. Questo è tutto.

C’è poi anche un altro punto: non è solo privilegiata perché fa parte di quella fettina di mondo ricchissimo che può permettersi di scambiare un divertimento per lavoro (e viceversa), ma perché probabilmente ha avuto un parto meraviglioso, che non le ha lasciato alcun segno fisico (non parliamo di occhiaie e punti). Vorrei sapere quante donne, dopo un parto vaginale o un cesareo, hanno la forza fisica di mettersi al lavoro e sono in grado di organizzare le poppate nel giro di pochissimi giorni? Quanti sono i neonati che lasciano dormire le loro mamme tutta la notte o che prendono il biberon da chiunque? Ecco, in alcuni casi, forse è meglio evitare dichiarazioni: i privilegi non sono una colpa e chi li ha fa bene a sfruttarli, ma non vanno neanche sbandierati ai quattro venti.

Via | Corriere

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