Costretta a abortire nel bagno dell'ospedale da sola e l'Europa ci richiama sulla 194

Era il 2010 quando una giovane donna romana fu costretta ad abortire in un bagno di un ospedale. Oggi Valentina Magnanti ha scelto di raccontare la sua storia che mette in evidenza come la legge 194 non venga quasi mai applicata.

E' costretta ad abortire da sola nel bagno dell'ospedale, come unico sostegno solo il marito sconvolto come lei in quelle ore terribili che sembravano non dovessero terminare mai. E' la triste storia di Valentina Magnanti, una ragazza affetta da una grave malattia rara, trasmissibile per via ereditaria, che nel 2010 ha scoperto al quinto mese di gravidanza di aspettare una bambina affetta dalla sua stessa patologia. Una figlia tanto desiderata ma che di certo non avrebbe avuto una vita normale e che porta i suoi genitori alla decisione più sofferta, l'aborto terapeutico. Ma alla sofferenza si aggiunge ulteriore dolore per il travaglio dovuto patire dalla coppia.

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Valentina scopre, infatti, che la sua ginecologa è obiettore e non le autorizza il ricovero. Ma si tratta solo della prima di una lunghissima serie di medici obiettori di fronte alla quale si è trovata. Dopo due giorni la donna ha potuto essere ricoverata all'Ospedale Sandro Pertini, le vengono somministrate le flebo per indurle l'aborto durante il quale Valentina, dopo 15 ore di urla e dolori lancinanti, viene lasciata da sola, a partorire nel bagno dell'ospedale nonostante la presenza di personale medico in reparto. Erano tutti obiettori e la dottoressa che aveva autorizzato il suo ricovero e avviato la procedura aveva finito il turno.

Valentina non ebbe la forza di denunciare a suo tempo il tragico evento che ha coinvolto lei e suo marito ma ha deciso di parlarne in questi giorni; l'8 marzo, infatti, l'Unione Europea ha bacchettato l'Italia, paese nel quale, nonostante esista una legge sull'aborto, la 194, ancora si verificano fatti gravi e barbarici come questo. La legge viene violata e non applicata come dovrebbe a causa di un eccessivo numero di medici e personale obiettore nelle strutture, numeri che andrebbero riequilibrati. Inoltre, per legge, è previsto che un medico possa rifiutarsi di iniziare la procedura ma non può rifiutarsi di portarla a termine una volta avviata.

A proposito della storia di Valentina si può anche discutere della legge 40 che, in Italia, disciplina l'accesso alla procreazione assistita che sarebbe garantito solo alle coppie con problemi di fertilità. Valentina e il marito si sono appellati al tribunale per chiedere che, chi è affetto da una malattia genetica, possa accedere alla fecondazione assistita che tramite la diagnosi pre-impianto permetterebbe ad una coppia di non trovarsi nella situazione di dover prendere la decisione di abortire al quinto mese.

In merito a tale questione, oltre alla recente condanna della UE sull'applicazione della legge 194, il Tribunale di Roma II ha sollevato dubbi sulla legittimità della legge 40 che, addirittura, andrebbe in contrasto con quanto affermato nell'altra: si può davvero conciliare il divieto di evitare l’impianto di un embrione affetto da patologie con la possibilità di interrompere la gravidanza una volta avviata?

Per avere delle risposte più concrete bisogna attendere l'8 aprile, giorno in cui si pronuncerà la Corte Costituzionale.

Fonte | Repubblica; La Stampa

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