Femminicidio, il perché di una parola: la spiegazione dell'Accademia della Crusca

Perché è stata creata una parola ad hoc, "Femminicidio", per parlare di un fenomeno di violenza in forte crescita? Ce lo dice l'Accademia della Crusca.

Femminicidio

Femminicidio, una parola sola per descrivere tanti atti di violenza nei confronti delle donne, che sfociano nel crimine peggiore, l'omicidio. La parola non è sempre esistita nel nostro vocabolario, ma è stata introdotta nel 2001: fino ad allora si usava il termino uxoricidio, che derivava dal latino "uxor", moglie, e intendeva l'omicidio di una donna sposata da parte del marito (si usava in generale anche se la vittima era un uomo).

Se il nostro vocabolario era privo di questa parola che intendesse l'omicidio di una donna in quanto donna, in inglese esiste dal 1800 "femicide" e dal 1992 "feminicide". Diana Rusell, criminologa, la usò per la prima volta, ma "femminicidio" divenne purtroppo popolare l'anno seguente quando a parlarne fu l'antropologa messicana Marcela Lagarde, come ci ricorda la Treccani. Ma perché avevamo bisogno di una parola come femminicidio nel nostro vocabolario?

Nella Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne vogliamo riportarvi la spiegazione che ci viene data dall'Accademia della Crusca, che ha sempre voce in capitolo quando si tratta di parlare di "lingua italiana": con femminicidio non si intende solo l’“uccisione di una donna o di una ragazza”, ma anche “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”, come sottolineano i più grandi vocabolari italiani.

A chi chiede se ci fosse bisogno di una nuova parola per descrivere una cosa che accade da sempre e non si usano altre parole più generiche, sottolineando nel termine il sesso della vittima, ecco come risponde l'Accademia della Crusca:

A questa domanda possiamo rispondere che se ci riferiamo a una situazione “neutra”, una donna uccisa nel corso di una rapina in banca, si può parlare di omicidio (o magari chissà in futuro di umanicidio) ma di fronte a una notizia come questa India, violentata e uccisa a sei anni: Nuovo, agghiacciate caso di stupro nell'Uttar Pradesh: la piccola è stata strangolata e gettata in una discarica (La Repubblica.it 19.04.2013) quale parola si dovrebbe usare? È un omicidio? È un infanticidio? O è qualcosa di più e di diverso, qualcosa che si colloca all’interno di una visione culturale che vede il femminile (non si può certo parlare di donne in questo caso) disprezzato e disprezzabile? L’uccisione è solo (!) un “passaggio” di una sequenza che prevede prima il sequestro, la violenza, lo stupro e dopo l’abbandono del cadavere tra l’immondizia, il tutto da parte di un uomo su una bambina. Si potrebbe forse rispondere che si tratta della somma di una serie di crimini, tutti previsti e denominati; ma alla base di questa orribile combinazione c’è la concezione condivisa della “femmina” come un nulla sociale. Insomma non si tratta dell’omicidio di una persona di sesso femminile, a cui possono essere riconosciute aggravanti individuali, ma di un delitto che trova i suoi profondi motivi in una cultura dura a rinnovarsi e in istituzioni che ancora la rispecchiano almeno in parte.

E noi non potremmo che essere più d'accordo: una parola serve, così come servono politiche e atteggiamenti per dire basta a tutto questo. Non solo basta agli "omicidi", alla violenza sulle donne, ma anche a una cultura che vede le donne inferiori agli uomini. E ora di dire basta!

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