Coronavirus e le illusioni degli italiani da fine del lockdown: il Bildungsroman disatteso

Pensavamo che il Coronavirus ci avrebbe portato ad essere più comprensivi, meno superficiali e più uniti, ma la fine del lockdown racconta tutta un'altra storia

Covid attese persone

Dicevano "saremo migliori", dicevano "saremo più uniti, dopo", dicevano "saremo più attenti, ma anche più solidali". Dicevano. Dicevamo noi, gli italiani, affacciati al balcone durante il lockdown da Coronavirus Covid-19 a cantare Toto Cutugno e l'inno nazionale, a battere le mani al personale sanitario per l'encomiabile lavoro svolto, a scambiarci saluti via Skype e ad usare il mantra andrà tutto bene per tingere con i colori dell'arcobaleno le nostre giornate buie, senza dubbio incerte.

In effetti l'incertezza è stata la compagna onnipresente di tutti, in senso stretto, letteralmente facendoci dipendere ogni giorno dal bollettino delle 18:00 del Ministero della Salute per conoscere il rapporto fra contagi, morti e guarigioni. Ma anche in senso lato siamo diventati un tutt'uno con l'incertezza, sia a livello materiale sia metafisico, perché ancora oggi abbiamo più domande che risposte su cosa sarà del nostro futuro.

Motivo per cui, la favola della buona notte nei giorni di isolamento, è stata quella di cui sopra. Ci siamo messi il cappello a falda larga di Rossella O'Hara e ci siamo ripetuti che "dopotutto, domani è un altro giorno". E che sì, questo day after non poteva che essere luminoso, con noi più fighi, spogliati dai nostri soliti difetti e limiti, uniti nel risveglio dal lungo sonno, più comprensivi gli uni con gli altri, più bravi ad apprezzare anche le piccole cose del quotidiano.

In pratica ci siamo sentiti i protagonisti di quello che in gergo letterario si chiama Bildungsroman, il romanzo di formazione in cui l'eroe cresce ed evolve. Ecco, noi ci aspettavamo l'evoluzione, la crescita, non soltanto l'attesa, invece il lockdown è finito, siamo persino approdati alla tanto agognata fase 3 e ci siamo riscoperti ancora fallaci negli stessi punti, di più, talvolta vistosamente ipocriti o involuti.

Per un attimo, durato mesi, l'Italia si è trasformata in un gigantesco, idealizzato e chiaramente potenziale falansterio, inteso alla Fourier. Un edificio lungo chilometri, pronto a contenere persone, la Falange, che lavorano insieme per garantire a tutti, senza eccezioni, degli utili. Nel caso della nostra quarantena utili non materiali, ma diciamo spirituali, fatti di sacrifici e abnegazione per onorare un fine ultimo supremo, una bella vita dignitosa condivisa.

Ci siamo dati una pacca sulla spalla anche per la nostra bravura nel rivedere la gerarchia dei problemi. No, non è una tragedia farsi la ceretta in casa, lo è invece perdere le persone care a causa di un virus. Perciò i comportamenti sono diventati più cauti, le mascherine indossate in modo rigoroso, le distanze di sicurezza rispettate e persino Fido si è dovuto accontentare di non allontanarsi da casa più di 200 metri.

Questa buona volontà ci ha fatto credere di essere cambiati in positivo, il Sars-CoV2 ci ha fatto sentire più educati e meno strafottenti, cresciuti. Appesa la superficialità dell'adolescente al chiodo, abbiamo sentito bruciare il fuoco della maturità con tutti i suoi dolori, come quelli del giovane Werther di Goethe, quando invece la clausura nel convento domestico non è stato un precettore equo né produttivo.

Severo ma ingiusto diremmo, perché quando le porte di casa hanno ricominciato ad aprirsi, non è stato come baciare la bella addormentata nel bosco e vivere tutti felici e contenti. È stato piuttosto come svegliare Smaug de Il Signore degli Anelli e noi, come il drago, ci siamo riscoperti attaccatissimi custodi del tesoro dei nani, alias le care vecchie abitudini. Una su tutte, credere obbedire combattere. Anche quando non era necessario.

Un'immagine dei navigli milanesi presi d'assalto dalla gente, nel primo weekend della fase 2, è diventato un casus belli in poche ore dalla condivisione. Il sindaco Sala nevrotico, la protezione civile nevrotica, i cittadini da Leuca a Cantù e persino la casalinga di Voghera, altrettanto nevrotici. Una crisi di nervi generale realissima per una foto, pare, scattata in prospettiva, per far sembrare affollati spazi che invece non lo erano.

E se anche lo fossero stati, tutti i buoni propositi di essere migliori e quindi anche meno giudicanti, sono andati completamente disattesi. Un grande plauso, come spesso accade, va ai media, che riescono a tirare fuori la parte peggiore di noi, facendoci indignare così tanto per qualcosa di inesistente, da farci sentire a) stupidi per aver abboccato all'amo b) insensibili nei confronti di altri casi e altre cronache che, invece, la nostra indignazione se la meriterebbero sul serio.

La storia è piena di questi racconti dell'assurdo, a sostegno del fatto che tendiamo ad essere recidivi. Se siete nati prima degli anni 90, ricorderete probabilmente uno dei casi più osceni di falso storico, messo in atto da chi voleva il rovesciamento del regime di Ceausescu in Romania. Nel dicembre del 1989, a seguito di una rivolta popolare, iniziarono a girare foto di fosse comuni con gente uccisa e mutilata, colpevole di aver osato ribellarsi al giogo del dittatore.

I giornali di tutto il globo misero sul tavolo numeri da capogiro di arresti e condanne a morte, facendo accapponare la pelle al mondo intero. Anni dopo si seppe che di montatura trattavasi, che quella che passò alla storia come la strage di Timisoara, altro non era che una manipolazione del reale in grande stile. Comunque efficace, visto che l'intento era scuotere l'opinione pubblica e le coscienze per un fine di squisita politica internazionale. Ed interessi.

Altro giro, altra vicenda, stavolta inversa. Se vi dico massacro di Tlatelolco, nel vostro cervello si illumina qualche lucetta? Se non avviene non fatevene un cruccio, perché in questo caso i media hanno giocato sporco in modo opposto, ossia travisando un fattaccio di cui si è saputa la verità a distanza di 30 anni dallo stesso, quando ormai arrabbiarsi non aveva senso.

Era l'ottobre del 1968 e Città del Messico si preparava ad accogliere i Giochi olimpici di quell'anno. Da mesi gli studenti universitari messicani, approfittando della cassa di risonanza delle Olimpiadi e della presenza dei media in loco, erano in agitazione. Il mondo era in agitazione, perché quelli erano gli anni dei grandi movimenti di massa, del risveglio delle coscienze, delle proteste, della ribellione a fin di bene, della scossa dall'immobilismo del miracolo economico.

La giornalista Oriana Fallaci era nel quartiere di Tlatelolco, a Città del Messico, quando il 2 ottobre del 1968 le forze dell'ordine circondarono una folla di manifestanti disarmati nella Plaza de las Tres Culturas e fecero fuoco per tutta la notte, anche sui passanti. I corpi furono portati via nei camion dell'immondizia.

Le fonti governative riportarono "non più di 40 o 50 morti", ma il numero va almeno quadruplicato, perché la piazza, a quanto dissero alcuni testimoni, era coperta di cadaveri. Senza contare i feriti. I media, dove non tacquero, ingentilirono un po' tanto la vicenda, sostenendo la versione ufficiale del governo messicano, ossia che furono gli studenti ad aprire il fuoco contro la polizia, la quale rispose per legittima difesa.

Tutto questo pippone non è fine a sé stesso, ma serve a me che scrivo per dimostrare a voi che leggete quanto siamo spesso vittime delle notizie. Il che non significa solo credere a quello che ci viene detto con un pizzico di pigrizia nell'approfondimento, ma anche non essere in grado di modulare il nostro livello di enfasi o risentimento, prendendo grandi abbagli.

Ecco, noi speravamo che il Covid-19, come un grande incantesimo, ci avrebbe resi il superuomo di Nietzsche, aiutati dagli spot patriottici con i quali, ancora adesso, la TV ci bombarda. Invece ha confermato che siamo ancora facili alla credenza, come nel caso dei Navigli assaltati, ma spesso anche lenti nella lettura fra le righe. Il Coronavirus ci ha tenuti impegnati, mentre nel mondo comunque accadevano cose, molte delle quali che riguardavano noi da vicino.

Tipo la riforma del Mes, anche detto Fondo Salva Stati, un arzigogolo europeo nato per garantire, almeno sulla carta, la stabilità finanziaria dei Paesi membri in caso di loro default o di forte crisi, come la Grecia. Non sto qui ad entrare nel merito del discorso, ma vi basti sapere che mentre noi eravamo distratti, Ursula Gertrud von der Leyen, presidente della Commissione europea, provava a convincere l'Italia che le condizioni del nuovo Mes erano dignitose e sostenibili. Come un cappio al collo.

Se volessimo guardare l'orticello più da vicino, ci siamo anche trovati a fronteggiare, cascando dal pero, un aumento dei prezzi di beni e servizi, motivati dai costi per le sanificazioni degli ambienti o non motivati affatto. Il tutto arrivato in un frangente difficile per molti italiani, nuovi cassintegrati o disoccupati. Ed ecco che la società mutualistica di Fourier, a cui tanto ci eravamo appigliati, è caduta.

Proprio come è caduto l'eroe del romanzo di formazione, per lasciare il posto a quello brutto e cattivo di un racconto picaresco. E ci stiamo leccando le ferite constatando che non è lottare contro un nemico condiviso a renderci migliori, semmai ci può rendere più compatti a tempo determinato, alleati fino a quando non si esauriscono gli argomenti comuni. Sarebbe stato bello smettere di cantare sul balcone e farlo con mascherina e distanza di sicurezza per la vicina di casa anziana.

Ma non è successo, anzi, la chiusura forzata ci ha abbrutito, portato al limite della sopportazione. Ci siamo sentiti privati degli spazi in famiglie grandi con case piccole, ci siamo sentiti soli negli altri casi. Fra le righe, le notizie in tal senso parlano di boom di richieste di divorzio post fase 1, ma anche di più gente in terapia di analisi e di qualcuno più fragile che si è tolto la vita per disperazione.

Non ci siamo meritato il mantello da supereroe, ma in fondo non siamo gli stessi di prima, l'Italia non è la stessa di prima. Abbiamo sul cuore le ferite di congiunti e persone care andate via e che non ci è stato possibile salutare per l'ultima volta, sentiamo ancora i polsi doloranti per quelle manette da privazione della libertà a cui non eravamo abituati. Abbiamo perso il lavoro, abbiamo stravolto le nostre abitudini e quindi sì, abbiamo molto di cui lamentarci, molto di cui sfogarci e molte lacrime in arretrato da versare.

Forse staremo meglio quando potremo abbracciarci e lasciarci andare di nuovo, fino ad allora dobbiamo accettare di sentirci ancora spezzati, non migliori e neppure cresciuti, ma diversi sicuramente.

Foto | iStock

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