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Selettività, ARFID e comorbilità: i disturbi alimentari infantili che oggi preoccupano di più

Selettività, ARFID e comorbilità: i disturbi alimentari infantili che oggi preoccupano di piùSelettività, ARFID e comorbilità: i disturbi alimentari infantili che oggi preoccupano di più

C’è un momento in cui il solito “mangia sempre le stesse tre cose” smette di essere una frase detta con rassegnazione a tavola e diventa un vero campanello d’allarme. I disturbi del comportamento alimentare nei bambini non partono sempre dal desiderio di dimagrire: a volte passano dalla paura di certi cibi, dal rifiuto per una consistenza, da rituali rigidi o da un’ansia che esplode proprio durante i pasti. I dati più recenti dicono che il problema riguarda età sempre più basse, con casi che coinvolgono anche bambini di 8 o 9 anni e, in alcune strutture, perfino più piccoli. Ed è qui che serve uno sguardo più attento: non tutto è un capriccio e non tutto assomiglia ai disturbi alimentari che gli adulti conoscono meglio.

Quando il rifiuto del cibo non è un capriccio: i criteri clinici della selettività alimentare

La selettività alimentare nei bambini è una zona grigia che spesso mette in difficoltà le famiglie. Molti attraversano periodi in cui riducono i cibi che accettano, ma il punto non è la semplice preferenza: conta l’effetto che quel rifiuto ha sulla crescita, sulla vita sociale, sulla serenità di casa e sul rapporto con il cibo. Se un bambino mangia solo alimenti di un certo colore, rifiuta tutto ciò che è umido o molle, si agita per odori sentiti come troppo forti o vive il pasto con paura, non si è più davanti a una normale fase della crescita. Dietro il classico “non lo assaggio” può esserci un’esperienza sensoriale difficile da tollerare oppure la paura concreta di vomitare, soffocare, non digerire. Per questo la selettività non va letta con etichette facili — bambino viziato, genitore troppo permissivo — ma con attenzione clinica. Colpisce, anche nel materiale diffuso dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, l’aumento di quadri sempre più precoci e complessi, con famiglie spesso già molto provate sul piano emotivo e nella comunicazione quotidiana. La scena, per molti genitori, è sempre la stessa: la cena si raffredda, il bambino annusa il piatto prima ancora di sedersi, il menu di casa si restringe settimana dopo settimana e anche uscire a mangiare diventa fonte di tensione. Quando il cibo smette di essere solo nutrimento e si trasforma in una trattativa continua, la domanda giusta non è più “perché fa così?”, ma “che cosa gli sta succedendo davvero?”.

Pica, ruminazione e disturbo evitante-restrittivo: i quadri meno riconosciuti nelle famiglie

Se anoressia e bulimia sono i nomi più noti, tra i più piccoli stanno emergendo disturbi meno immediati da riconoscere e proprio per questo più facili da sottovalutare. La pica, per esempio, è l’ingestione persistente di sostanze non nutritive o non commestibili. Il disturbo da ruminazione comporta il rigurgito ripetuto del cibo, che viene rimasticato, inghiottito di nuovo o sputato. Il disturbo evitante-restrittivo dell’assunzione di cibo, cioè ARFID, non nasce invece dall’ossessione per il peso, ma dall’evitamento, dal disgusto, dallo scarso interesse per il mangiare o dalla paura delle conseguenze del pasto. È una differenza decisiva, perché molte famiglie aspettano i segnali più classici e non riconoscono come patologico un quadro in cui il bambino non parla del corpo, ma elimina intere categorie di alimenti. La letteratura europea segnala da tempo questo cambiamento: nel 2024 il Journal of Pediatrics, richiamando dati condivisi dalla Società Europea di Pediatria, ha parlato di un aumento dei disturbi alimentari nella fascia 6-18 anni dall’inizio del 2020, invitando a una sorveglianza più stretta soprattutto dopo periodi di forte disagio sociale. In Italia il fenomeno si inserisce in numeri più ampi: circa 3 milioni di persone convivono con un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione, e l’età d’esordio continua a scendere. L’aspetto meno evidente è proprio questo: nei bambini questi disturbi possono sembrare solo abitudini eccentriche o una sensibilità più marcata del solito. Per questo la diagnosi richiede uno sguardo specialistico, non impressioni raccolte tra scuola, parenti e social, dove il confine tra “fase” e “problema” viene spesso semplificato troppo.

Il peso delle diagnosi associate: ansia, fragilità emotiva e casi sempre più complessi

Il punto che oggi preoccupa di più i clinici, forse ancora più dell’aumento dei casi, è la loro complessità. Nei bambini e nei preadolescenti i disturbi alimentari si presentano sempre più spesso insieme ad altre difficoltà: ansia, rigidità, fragilità emotiva, disturbi del neurosviluppo o sofferenze relazionali che rendono il quadro meno lineare e la cura più delicata. Non si tratta soltanto di far mangiare un bambino: significa entrare in un equilibrio familiare spesso già stanco, dove ogni pasto rischia di trasformarsi in un campo minato. Il Ministero della Salute, nella mappatura aggiornata a febbraio 2026, conta 232 strutture dedicate ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione in Italia: 56 associazioni e 176 centri di cura, di cui 141 del Servizio sanitario nazionale e 35 del privato accreditato convenzionato. Tra questi, il 51% prende in carico anche la fascia 7-12 anni e il 21% bambini di 6 anni o meno. Numeri che raccontano due cose insieme: da una parte una rete c’è, dall’altra il bisogno è diventato così precoce da costringere i servizi a riorganizzarsi. In questo quadro sono decisivi il pediatra di libera scelta e i servizi di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, perché il vero vantaggio sta nell’intervento precoce, prima che il sintomo si irrigidisca e diventi cronico. C’è poi un altro aspetto da non perdere di vista: dietro questi disturbi non c’è mai soltanto il cibo. Spesso c’è un bambino che fatica a regolare le emozioni, a tollerare la frustrazione, a stare in un ambiente vissuto come troppo pressante, dentro una cultura che chiede prestazione e controllo sempre prima. Per questo, davanti a un rifiuto ostinato o a un comportamento alimentare insolito, la domanda più utile non è se il problema sia “abbastanza serio”, ma quanto tempo abbia senso perdere prima di chiedere un parere esperto.

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