Arte e cultura

Susanna Tamaro: la famiglia ci salva, ora salviamola dal clima di disprezzo

Famiglia multigenerazionale riunita a tavola, con un bambino appoggiato al nonno durante il pranzo Una scena domestica di famiglia a tavola, tra vicinanza quotidiana e tecnologia lasciata ai margini.

Susanna Tamaro torna a difendere il valore della famiglia e dei legami affettivi stabili in un intervento pubblicato il 12 marzo 2026, nel quale la scrittrice si interroga sul crescente disprezzo verso l’amore coniugale e verso tutto ciò che, nella vita pubblica e privata, richiama l’idea di una comunità familiare come argine alla solitudine contemporanea. Il punto di partenza, ha scritto, è insieme culturale e umano: capire da dove nasca quel rigetto, sempre più visibile, verso una forma di relazione che per una larga parte della società resta ancora essenziale.

Susanna Tamaro e il nodo del disprezzo per la famiglia

Nel suo testo, Tamaro descrive un clima che considera ostile nei confronti della famiglia tradizionale, quasi fosse un residuo da guardare con sospetto o da ridicolizzare. La scrittrice si chiede quale “senso di superiorità” alimenti questa postura e se non resti, invece, desiderabile costruire relazioni affettive capaci di durare nel tempo, di reggere l’urto dei conflitti, delle rinunce, perfino della fatica quotidiana.

Dentro questa riflessione entra anche il caso, da lei evocato, della cosiddetta “favola nera dei bambini del bosco”, citata come segnale di una reazione pubblica ancora forte quando viene messo in discussione il rapporto tra genitori e figli. Su questo punto Tamaro usa parole nette, parla di “psichiatrizzazione forzata” e di una madre resa colpevole, a suo dire, solo per avere opposto resistenza alla sottrazione dei bambini. È una lettura personale, certo, ma il cuore del ragionamento è lì: per la scrittrice la famiglia continua a essere, in Italia e nel Mediterraneo, una delle strutture che più tengono insieme la società.

Il richiamo agli anni Settanta e a David Cooper

Una parte centrale dell’intervento riguarda la rilettura di “La morte della famiglia”, saggio dello psichiatra sudafricano David Cooper, pubblicato nel 1971 e tradotto in Italia da Einaudi l’anno successivo. Tamaro lo definisce un testo chiave per la generazione diventata adulta negli anni Settanta, anni che lei collega a violenza politica, fanatismi e fratture mai davvero elaborate fino in fondo.

Il giudizio sul libro è articolato, non lineare. Tamaro riconosce a Cooper alcune intuizioni, in particolare sul futuro peso della tecnologia nelle vite individuali, eppure contesta il nucleo della sua proposta: la distruzione della figura paterna, il rifiuto dell’autorità e dei legami generazionali, l’idea di una liberazione affidata al folle o al bambino sciolto da ogni costrizione. Secondo la scrittrice, quelle teorie — entrate poco a poco nel lessico culturale e nella sensibilità comune — non avrebbero indebolito il capitalismo, come ipotizzato da Cooper, ma lo avrebbero favorito. Un individuo isolato, osserva, è più esposto, più fragile, più facile da ricondurre a consumo, schermi, prestazione.

Solitudine, infanzia e legami spezzati

Da qui la critica al presente, che Tamaro legge come un tempo di “realizzazione personale” trasformata in comando assoluto. In questo schema, sostiene, l’altro rischia di diventare solo un mezzo oppure un ostacolo. Il passaggio più duro riguarda i bambini, cresciuti spesso in nuclei ridotti, con pochi parenti attorno, affidati in parte alle “balie elettroniche” e a una quotidianità che lascia poco spazio a una rete larga di rapporti.

La scrittrice insiste su un’immagine precisa: quella della “solitudine genetica”. Niente fratelli, pochi cugini, zii assenti, scarsità di figure con cui misurarsi. Eppure, scrive, è proprio nella pluralità della famiglia allargata che un bambino può trovare compensazioni, vicinanze inattese, sostegno nei momenti di fragilità. Una zia, un cugino, un nonno — solo allora, suggerisce Tamaro — possono diventare il luogo dove si ricuce un vuoto lasciato altrove. Il paragone con la natura torna più volte: come gli alberi di un bosco comunicano tra loro, così anche i rapporti familiari formano una trama invisibile ma concreta, che regge e orienta.

La chiusura paradossale: l’autore “contro la famiglia” salvato dai suoi parenti

L’ultimo passaggio dell’articolo è anche il più significativo, quasi ironico. Tamaro ricorda infatti i ringraziamenti finali di Cooper, dove l’autore racconta di essere stato aiutato, durante una crisi profonda, dal fratello Peter, dalla cognata Carol e dalle loro figlie, “proprio come dovrebbe fare una vera famiglia”. È una citazione che la scrittrice usa come rovesciamento del teorema di partenza: perfino chi ha scritto un libro “contro” la famiglia, nota, finisce per riconoscerne il ruolo nel momento della caduta.

La conclusione è, in fondo, un appello semplice. Tamaro rivendica la funzione dei genitori, degli zii, dei nipoti, di quella parentela concreta che accompagna, corregge, a volte sopporta e consola. In un presente che lei vede segnato da solitudine virtuale, controllo tecnologico e rapporti sempre più intermittenti, la famiglia resta per la scrittrice una forma imperfetta ma necessaria di protezione. E la domanda iniziale, alla fine, resta aperta: perché ridicolizzare ciò che per tanti continua a rappresentare un sostegno reale?

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