8 marzo 2015: quando le donne non sono invitate alla loro festa

Le epoche passano ma forse i tempi non cambiano poi molto. Almeno a giudicare da certi intoppi ancora presenti nel campo della parità di genere. Alla faccia della festa della donna

8 marzo 2015

Si dice spesso che dietro ad ogni grande uomo ci sia sempre una grande donna, in grado di supportarlo, sorreggerlo nei momenti di debolezza e consigliarlo per il meglio quando il suo passo diventa indeciso.

Eppure, se è vero che al genere femminile più "dotato" è riconosciuto in via teorica questo ruolo, nessun motto arguto recita l'equazione inversa, né lascia intendere che alla donna, sola o accompagnata, sia concessa la possibilità di sedere formalmente nella stanza dei bottoni in sostituzione del lui di turno.

Dalla sua la storia, materia affascinante ma talvolta anche avvilente, non fa altro che dare ragione a la solita visione maschilista del mondo, privilegiando spesso e volentieri l'uomo nella copertura di alcune cariche di rappresentanza e ammettendo rare deviazioni sul tema (qualcuno ancora forse ricorderà ad esempio le preferenze francesi nel 2007, quando il paese sostenne in massa Nicolas Sarkozy e rimandò a casa Ségolène Royal).

La politica di storie da raccontare ne ha anche tante, con l'Italia che certamente non brilla per visioni più paritarie. Se no non ci spiegheremmo come mai, dalla nascita della Costituente ad oggi, il numero di donne coinvolte nei processi decisionali più importanti, sia sempre così terribilmente esiguo.

E la cosa, alla luce di questo 8 marzo 2015, fa decisamente rosicare, visto che sembra che questa tanto osannata Festa della donna, sia sempre più la cartina al tornasole di un party esclusivo a cui il gentil sesso è proprio il primo a non essere invitato. E un po' come moderne Cenerentole al ballo, siamo spesso costrette ad entrare a palazzo con l'inganno.

La società civile, di cui noi per prime facciamo parte e che, volere o volare, ha fatto passi da gigante in tanti campi ma per altri versi non è poi così mutata nelle ultime decadi, continua a chiedere eguaglianza ma poi si spende poco per promuovere e difendere la donna che vuole emergere. Così l'intraprendenza viene confusa per superbia, la ricerca di indipendenza per scelleratezza e il desiderio di maggiore libertà per dissolutezza.

8 marzo 2015

Aggiungiamo al quadro anche certi precetti precotti e preconfezionati di taluni personaggi vicini a Santa Romana Chiesa o di zelanti esponenti di altre correnti religiose e la visione si completa, correndo persino il rischio di scambiare le vittime per carnefici e i carnefici per giustizieri, come spesso tristemente accade nei casi di femminicidio.

Nonostante gli anni dovrebbero essere maturi per un riconoscimento ufficiale del sacrosanto diritto di autodeterminazione di ogni essere umano a 360 gradi, ancora si fa terribilmente fatica a non sentire giudizi gretti e chiusi sulle presunte deviazioni da quello che viene giudicato buono e giusto. E che invece è troppo spesso solo standard, oltre che tremendamente démodé e quasi sempre anche dannoso.

E dire che, secondo lo psichiatra Michele Cucchi, le donne per essere felici dovrebbero solo imparare a piacersi e rinunciare al confronto con le proprie simili! Il che suona quasi come utopico, vista la propensione naturale della società a bocciare troppo spesso i guizzi di personalità dei suoi componenti (ma soprattutto delle sue componenti) e anzi ad incoraggiare l'imitazione di certi modelli giudicati retti.

La realtà è che ogni donna vive fisiologicamente una serie di fasi in cui è più o meno stabile e altre in cui è invece più o meno fragile (es. adolescenza, maternità, menopausa).

Già se fossimo in un mondo ideale sarebbe assai difficile riuscire a guardare i repentini cambiamenti del proprio corpo e della propria emotività senza passare dalla classica catarsi dello strum und drang, di romantica et teutonica memoria. Se poi ci mettiamo che il mondo in cui abitiamo, di ideale non ha proprio nulla, capiamo quanto tutto si complichi ulteriormente.

Quella sacrosanta accettazione di se stesse di cui parla Cucchi si scontra senza appelli con il giudizio degli altri e con la solita visione distorta che quest'ultimo produce. O ci siamo già dimenticate dell'articolo di Pontifex che invitava le signore all'autocritica dei propri costumi (dalla scollatura troppo osé all'uscire a divertirsi), giudicati causa scatenante degli episodi di violenza di genere?

E che dire poi dell'inaspettato slut-shaming femminista a danno delle stesse simili, che tanto ci aveva fatto trasalire?

Qui la metafora della donna che non viene invitata alla sua festa si arricchisce di un'aggravante dal sapore noir. Non saremo proprio noi gentlewomen le prime a fare selezione all'ingresso? E con che coraggio poi ci scambiamo gli auguri con la mimosa in mano?

Mala tempora currunt...

8 marzo 2015

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