Le icone sono quelle del suo tempo, alla fine degli anni ’80 e inizia anni ’90 che dissolvono l’identità e lo spirito di un luogo: cartelli pubblicitari, stradali, semafori, tv, sono icone di un pensiero globalizzato, riconoscibile ed universale. Architetture antiche come la Reggia di Versailles e contemporanee come quelle di Aldo Rossi o come gli ambienti intimi di qualche appartamento d’epoca sono state immortalate da Ghirri a volte nella grande e silenziosa maestà del paesaggio naturale, altre volte nella rassicurante visione della quotidianità. I tre elementi immortalati senza alcuna stonatura sono la stessa faccia della realtà che si intersecano e che determinano i pensieri visivi di Ghirri.

Un colpo d’occhio alle sue fotografie è come un tuffo nella pacifica armonia del cielo. L’orizzonte si confonde con il paesaggio, gli specchi d’acqua sembrano invasioni del cielo sulla terra grazie all’armonia cromatica e alla delicatezza della luce fredda, che invece di appiattire ne esalta la bellezza. Anche la nebbia serve a levigare una realtà a volte un pò troppo spigolosa, quasi arrotondando le forme degli edifici e degli oggetti per darci la sensazione di un paesaggio lunare sospeso.

Questo “viandante della nebbia”, ha saputo rendere il silenzio un modo nuovo per avvicinarsi alle cose, con rispetto. Mai troppo vicino all’uomo, sempre osservato da una certa distanza anche quando è sotto il suo obiettivo. Un rispettoso sguardo verso coloro che guardano: la presenza umana, quasi sempre di spalle, o sfuggente, infatti non è mai assalita, ma si sostituisce al suo stesso sguardo, pronto a cambiare i punti di vista.

E sebbene Ghirri sia famoso come fotografo dell’architettura è interessante notare quanto l’architettura si elevi a massima espressione delle tracce umane nel paesaggio. Immortalare un edificio è come scoprire la direzione dei passi umani, che Ghirri ha avuto la pazienza di seguire per riconsegnarci una storia a distanza.

Foto| Fondazione Maxxi, Roma

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