Franca Rame "Lo Stupro": il monologo più crudo sulla violenza sulle donne, raccontato a 5 anni dalla scomparsa dell'attrice

Lo Stupro è uno dei monologhi più famosi e laceranti sul tema della violenza sulle donne, a scriverlo la grandissima Franca Rame

Franca Rame

Franca Rame è stata una delle donne più argute, forti, acute e coraggiose del nostro secolo. Ha fatto della sua professione di attrice un mezzo per raccontare storie, fare satira della società, mettendo alla berlina atteggiamenti comuni con una comicità affilata e allo stesso tempo grottesca, ma anche denunciarne le contraddizioni.

Esattamente 5 anni fa uno stuolo di donne in abito rosso le dava l'ultimo saluto intonando "Bella ciao" ed esattamente 5 anni fa se ne andava una delle penne teatrali più crude e sincere di sempre. È a Franca Rame che va detto grazie per uno dei monologhi più intensi dedicati al tema della violenza sulle donne, un'amara tematica che non perde lo smalto dell'attualità e che, se pur con facce diverse, continua a farsi spazio nelle pagine di cronaca dei giornali.

Correva l'anno 1977 e per la prima volta, presso la Palazzina Liberty di Milano, viene messa in scena l'opera teatrale Tutta casa, letto e chiesa, in cui la Rame affronta con sagacia e ironia la condizione femminile, riassunta in 24 monologhi che parlano di sesso, parolacce e lavoro in fabbrica. Due anni più tardi si aggiungerà il 25esimo, dal titolo Lo Stupro, che non farà sorridere a denti stretti come gli altri, ma avrà invece il potere di squarciare l'atmosfera e far sentire sulla pelle quelle stesse bruciature di sigaretta che ricorda colei che le sta raccontando.

Al centro dello spazio scenico vuoto, una sedia

Quello che le donne non sanno ancora fare, nonostante le epoche che passano e forse proprio a causa delle epoche che passano senza che nulla davvero muti, è evitare di sentirsi sporche e in colpa quando sono vittime degli uomini. Ancora la violenza sessuale che si subisce viene erroneamente considerata come un peccato intimo e personale, qualcosa di cui provare vergogna come se sì, ci fosse del dolo nell'essere molestate.

Quando nel 1973 Franca Rame fu costretta da un gruppo di cinque uomini appartenenti alle fasce della destra più estrema, a salire con la forza su un furgoncino bianco, per poi essere torturata e stuprata dal branco, tutte quelle tutele da parte delle autorità per la salvaguardia di emotività e diritto alla dignità di chi ha vissuto un evento così traumatico, vennero meno in maniera piuttosto plateale.

È la stessa Rame a dirlo, in una triangolazione di domande da poliziotto, giudice e medico che le chiedono se quelle "attenzioni" da parte dei suoi carnefici non fossero in realtà state apprezzate, se i suoi lamenti per far smettere la violenza non potessero essere stati male interpretati, in quanto potenzialmente confondibili con gemiti di godimento e se avesse provato, in fin dei conti, piacere dall'esperienza.

In una scena vuota, seduta su una sedia, isolata, Franca Rame racconta Lo stupro e il dopo, quella paura di affrontare la legge quando si è in cerca di giustizia o almeno comprensione e la scelta finale, di rimandare: "Sento le loro domande. Vedo le loro facce, i loro mezzi sorrisi. Penso e ci ripenso. Poi mi decido. Torno a casa, torno a casa. Li denuncerò domani".

In quel "domani" c'è un mondo di dubbi e sofferenza che ogni donna vittima di violenza conosce.

Perché il monologo Lo Stupro è un'ode al non tacere

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La violenza mossa contro Franca Rame, fu un atto fisico di matrice politica. Durante gli anni 70 la Rame si era apertamente schierata con il movimento femminista, ma aveva anche messo faccia e firma alla famosa lettera aperta sul caso Pinelli, attraverso cui 757 nomi appartenenti al mondo della cultura contemporanea, chiedevano la destituzione di alcuni funzionari della Magistratura e dell'allora Questore di Milano.

La pietra dello scandalo: un iter processuale considerato falsato per favorire il Commissario Luigi Calabresi, che ai tempi indagava sulla Strage di Piazza Fontana e che avrebbe avuto un ruolo attivo nella morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della Questura meneghina mentre era in stato di fermo.

In generale la Rame è sempre stata considerata un personaggio scomodo, come ogni persona dotata di cervello sveglio e parlantina sciolta. Per di più donna e per di più di sinistra, in un'Italia in cui spesso si levavano voci di pericolose collusioni fra forze neofasciste e "gendarmeria".

Col monologo Lo Stupro, Franca Rame ha continuato a fare quello che sapeva fare meglio, in barba a chi la voleva debole e zitta: raccontare, senza usare il bianchetto sulle parti più acide e asfittiche della storia, ma anzi rendendole protagoniste. Gli abiti tagliati, la pelle bruciata dalle sigarette, il ginocchio di chi la teneva ferma da dietro fisso sulla sua schiena, sono tutti dettagli amari che però aiutano a capire. Con la comprensione, arriva poi anche l'indignazione, che è quel sentimento meraviglioso che ci dà la spinta per cambiare il mondo.

Quello che non vi è stato detto fino ad ora è che il 2018 è un anno impietoso. Non solo ci ricorda che Franca è andata via da un lustro, ma anche che sono passati esattamente 20 anni dalla conclusione del procedimento penale per quelle violenze subite, chiusosi con la prescrizione del reato e 30 dall'ammissione di ben due esponenti dell'area neofascista che l'input allo stupro venne da alcuni carabinieri della Divisione Pastrengo.

Il coraggio della Rame è stato accettare e incassare, senza farsi piegare. A noi posteri, il compito di non dimenticare e soprattutto di non tacere.

Franca Rame "Lo Stupro": il testo integrale

C’è una radio che suona... ma solo dopo un po’ la
sento. Solo dopo un po’ mi rendo conto che c’è qualcuno che
canta. Sì, è una radio. Musica leggera: cielo stelle cuore
amore... amore...
Ho un ginocchio, uno solo, piantato nella schiena... come se
chi mi sta dietro tenesse l’altro appoggiato per terra... con le
mani tiene le mie, forte, girandomele all’incontrario. La
sinistra in particolare.
Non so perché, mi ritrovo a pensare che forse è mancino.
Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando.
Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello, la
voce... la parola. Prendo coscienza delle cose, con incredibile
lentezza...

Dio che confusione! Come sono salìta su questo
camioncino? Ho alzato le gambe io, una dopo l’altra dietro la
loro spinta o mi hanno caricata loro, sollevandomi di peso?
Non lo so.
È il cuore, che mi sbatte così forte contro le costole, ad
impedirmi di ragionare... è il male alla mano sinistra, che sta
diventando davvero insopportabile. Perché me la storcono
tanto? Io non tento nessun movimento. Sono come congelata.
Ora, quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio
contro la mia schiena... s’è seduto comodo... e mi tiene tra le
sue gambe... fortemente... dal di dietro... come si faceva anni
fa, quando si toglievano le tonsille ai bambini.
L’immagine che mi viene in mente è quella. Perché mi
stringono tanto? Io non mi muovo, non urlo, sono senza
voce. Non capisco cosa mi stia capitando. La radio canta,
neanche tanto forte. Perché la musica? Perché l’abbassano?
Forse è perché non grido.
Oltre a quello che mi tiene, ce ne sono altri tre. Li guardo:
non c’è molta luce... né gran spazio... forse è per questo che
mi tengono semidistesa. Li sento calmi. Sicurissimi. Che
fanno? Si stanno accendendo una sigaretta.
Fumano? Adesso? Perché mi tengono così e fumano?
Sta per succedere qualche cosa, lo sento... Respiro a fondo...
due, tre volte. Non, non mi snebbio... Ho solo paura...

Ora uno mi si avvicina, un altro si accuccia alla mia destra,
l’altro a sinistra. Vedo il rosso delle sigarette. Stanno
aspirando profondamente.
Sono vicinissimi.
Sì, sta per succedere qualche cosa... lo sento.
Quello che mi tiene da dietro, tende tutti i muscoli... li sento
intorno al mio corpo. Non ha aumentato la stretta, ha solo
teso i muscoli, come ad essere pronto a tenermi più ferma. Il
primo che si era mosso, mi si mette tra le gambe... in
ginocchio... divaricandomele. È un movimento preciso, che
pare concordato con quello che mi tiene da dietro, perché
subito i suoi piedi si mettono sopra ai miei a bloccarmi.
Io ho su i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i
pantaloni? Mi sento peggio che se fossi nuda!
Da questa sensazione mi distrae un qualche cosa che subito
non individuo... un calore, prima tenue e poi più forte, fino a
diventare insopportabile, sul seno sinistro.
Una punta di bruciore. Le sigarette... sopra al golf fino ad
arrivare alla pelle.

Mi scopro a pensare cosa dovrebbe fare una persona in
queste condizioni. Io non riesco a fare niente, né a parlare né
a piangere... Mi sento come proiettata fuori, affacciata a una
finestra, costretta a guardare qualche cosa di orribile.
Quello accucciato alla mia destra accende le sigarette, fa due
tiri e poi le passa a quello che mi sta tra le gambe. Si
consumano presto.
Il puzzo della lana bruciata deve disturbare i quattro: con una
lametta mi tagliano il golf, davanti, per il lungo... mi tagliano
anche il reggiseno... mi tagliano anche la pelle in superficie.
Nella perizia medica misureranno ventun centimetri. Quello
che mi sta tra le gambe, in ginocchio, mi prende i seni a piene
mani, le sento gelide sopra le bruciature...
Ora... mi aprono la cerniera dei pantaloni e tutti si dànno da
fare per spogliarmi: una scarpa sola, una gamba sola.
Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, sento che si
struscia contro la mia schiena.

Ora quello che mi sta tra le gambe mi entra dentro. Mi viene
da vomitare.
Devo stare calma, calma.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”. Io mi concentro sulle
parole delle canzoni; il cuore mi si sta spaccando, non voglio
uscire dalla confusione che ho. Non voglio capire. Non
capisco nessuna parola... non conosco nessuna lingua. Altra
sigaretta.
“Muoviti puttana fammi godere”.
Sono di pietra.
Ora è il turno del secondo... i suoi colpi sono ancora più
decisi. Sento un gran male.
“Muoviti puttana fammi godere”.
La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più
volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”.
Il sangue mi cola dalle guance alle orecchie.
È il turno del terzo. È orribile sentirti godere dentro, delle
bestie schifose.
“Sto morendo, – riesco a dire, – sono ammalata di cuore”.

Ci credono, non ci credono, si litigano.
“Facciamola scendere. No... sì...” Vola un ceffone tra di loro.
Mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, tanto da
spegnerla. Ecco, lì, credo di essere finalmente svenuta.
Poi sento che mi muovono. Quello che mi teneva da dietro
mi riveste con movimenti precisi. Mi riveste lui, io servo a
poco. Si lamenta come un bambino perché è l’unico che non
abbia fatto l’amore... pardon... l’unico, che non si sia aperto i
pantaloni, ma sento la sua fretta, la sua paura. Non sa come
metterla col golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni.
Il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere... e se
ne va.

Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È
quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male... nel senso
che mi sento svenire... non solo per il dolore fisico in tutto il
corpo, ma per lo schifo... per l’umiliazione... per le mille
sputate che ho ricevuto nel cervello... per lo sperma che mi
sento uscire. Appoggio la testa a un albero... mi fanno male
anche i capelli... me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi
passo la mano sulla faccia... è sporca di sangue. Alzo il collo
della giacca.
Cammino... cammino non so per quanto tempo. Senza
accorgermi, mi trovo davanti alla Questura.
Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare
per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se
entrassi ora... Sento le loro domande. Vedo le loro facce... i
loro mezzi sorrisi... Penso e ci ripenso... Poi mi decido...
Torno a casa... torno a casa... Li denuncerò domani.

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