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Chi cura i più piccoli: la mappa 2026 dei centri DCA e il ruolo decisivo della neuropsichiatria infantile

Chi cura i più piccoli: la mappa 2026 dei centri DCA e il ruolo decisivo della neuropsichiatria infantileChi cura i più piccoli: la mappa 2026 dei centri DCA e il ruolo decisivo della neuropsichiatria infantile

Quando un disturbo alimentare compare a 14 anni, riconoscerlo è già complicato. Se i segnali arrivano a 9 anni, o anche prima, il rischio di scambiarli per una fase passeggera, per capricci o per semplice selettività a tavola è ancora più alto. Eppure i dati più recenti dicono una cosa chiara: l’esordio si sta abbassando e i percorsi di cura devono fare i conti con casi sempre più precoci e più complessi. Per questo non basta sapere che il problema esiste. Bisogna capire chi prende in carico i più piccoli, con quali strumenti e con quale continuità, perché tra pasti saltati, rifiuti ostinati di alcuni cibi e paura crescente di mangiare, il tempo perso pesa.

Centri DCA, la mappa 2026: una rete c’è, ma per i bambini resta più sottile

A febbraio 2026 il Ministero della Salute censisce 232 strutture dedicate ai Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DNA/DCA) in Italia: 56 associazioni e 176 centri di cura, di cui 141 del Servizio sanitario nazionale e 35 del privato accreditato convenzionato. È un dato importante per due ragioni. La prima è molto concreta: una rete esiste ed è consultabile attraverso la mappatura territoriale del Ministero. Per molte famiglie, sapere da dove partire evita settimane di telefonate a vuoto. La seconda, però, è più delicata: la copertura per età non è uguale dappertutto. Le strutture seguono soprattutto giovani adulti e adolescenti, con percentuali alte per i 18-25 anni (95%), i 13-17 anni (89%), i 26-35 anni (84%), i 36-45 anni (81%) e gli over 45 (74%). Quando si scende d’età, la rete si restringe: solo il 51% delle strutture prende in carico i 7-12 anni e appena il 21% accoglie bambini di 6 anni o meno.

È qui che i numeri diventano realtà. Per una famiglia con un figlio di otto anni che riduce sempre di più i cibi che accetta, trovare un centro esperto dell’età evolutiva non è un dettaglio organizzativo: è già una parte della cura. Anche perché i DCA infantili non coincidono sempre con l’immagine più conosciuta di anoressia e bulimia. Ci sono anche ARFID, o disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo, la pica, il disturbo da ruminazione e situazioni in cui il cibo è solo la parte più visibile di un disagio più ampio. Il Bambino Gesù di Roma ha parlato negli ultimi mesi di pazienti “sempre più giovani” e con profili psicopatologici “più gravi e complessi”. Già nel 2024 la Società Europea di Pediatria, in un lavoro pubblicato sul Journal of Pediatrics, aveva richiamato l’attenzione sull’aumento dei disturbi alimentari tra i 6 e i 18 anni in diversi Paesi europei dopo il 2020. In Italia, intanto, si continua a parlare di circa 3 milioni di persone coinvolte dai disturbi alimentari. Insomma, la mappa c’è, ma racconta anche un limite: i servizi esistono, non sempre però nella misura che servirebbe per l’infanzia più precoce.

Dai primi segnali alla diagnosi: il pediatra e la NPIA nella corsa contro il tempo

Quando si parla di minori, il primo passaggio quasi mai è il centro specialistico. Più spesso tutto comincia dal pediatra di libera scelta, quello che conosce la curva di crescita, la storia familiare, i cambiamenti di peso, l’umore, i mal di pancia che tornano prima di andare a scuola, l’ansia che si concentra proprio all’ora dei pasti. La diagnosi precoce nasce spesso da qui, da segnali che presi uno per uno possono sembrare piccoli, ma messi insieme cambiano completamente significato: pasti saltati, rituali rigidi, paura di odori o consistenze, restrizione selettiva, attività fisica compulsiva, ritiro sociale, irritabilità, calo di peso o blocco della crescita.

In questa rete il ruolo decisivo spetta ai servizi di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (NPIA). Il motivo è semplice: sono i servizi più adatti a leggere il disturbo nel momento dello sviluppo in cui compare, non come un problema isolato legato al cibo, ma come una condizione che coinvolge corpo, mente e relazioni. La differenza è concreta. Un bambino che accetta solo tre alimenti “sicuri” non va guardato soltanto per quello che mangia, ma anche per la paura che accompagna quel gesto, per l’eventuale presenza di altri disturbi, per l’impatto sulla famiglia. Spesso la tavola diventa un terreno minato, dove ogni boccone può trasformarsi in tensione. I protocolli di cura insistono proprio su questo: lavoro integrato tra specialisti, genitori e servizi territoriali. La NPIA è il luogo in cui questa complessità trova una regia più adatta, anche perché nei bambini e nei preadolescenti i DCA si accompagnano spesso ad altre fragilità emotive o neuropsichiatriche che rendono il quadro più difficile da leggere. La chiave, forse, è tutta qui: diagnosi precoce non vuol dire allarmarsi per ogni stranezza a tavola, ma saper distinguere un’abitudine che passa da un cambiamento che comincia a restringere la vita del bambino. È in quel momento che il pediatra, se collegato bene con la NPIA e con i centri DCA, può davvero accorciare i tempi.

Compiere 18 anni non basta: la continuità di cura resta il passaggio più fragile

Uno dei punti più delicati resta il passaggio dai servizi dell’età evolutiva a quelli dell’adulto. Finché il minore è seguito dalla NPIA, il percorso tiene insieme cura clinica, famiglia, scuola e sviluppo. Quando si avvicina la maggiore età, invece, il rischio è che la transizione diventi brusca, vissuta prima come un cambio amministrativo che come un passaggio terapeutico. E nei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione questo pesa molto, perché i tempi della guarigione raramente coincidono con il calendario scolastico o con la carta d’identità.

Un ragazzo può stare meglio dal punto di vista nutrizionale e restare fragile sul piano delle relazioni. Una ragazza può seguire il trattamento e poi incepparsi nel passaggio a una nuova équipe, in un luogo diverso, con regole diverse. Per questo la continuità assistenziale andrebbe preparata, non subita: con scambio di informazioni tra servizi, obiettivi condivisi, coinvolgimento graduale del paziente e della famiglia. Senza l’idea che a 18 anni si debba, all’improvviso, ricominciare da capo. È un nodo che il sistema conosce e che i servizi di neuropsichiatria affrontano anche guardando al passaggio verso l’area adulta, ma la tenuta reale dipende dalla disponibilità sul territorio, dalle liste d’attesa, dalla presenza di équipe dedicate e dalla qualità del coordinamento locale. Sullo sfondo resta una verità più ampia: i disturbi alimentari nei minori non sono un incidente del comportamento, ma un intreccio di sofferenza psicologica, relazionale e culturale che chiede tempo, competenze e una rete capace di non interrompersi proprio quando il ragazzo sembra “abbastanza grande”. Per molte famiglie la differenza vera non sta soltanto nell’iniziare una cura, ma nel non sentirsi lasciate sole a metà strada.

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