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Pressione arteriosa, perché puntare sotto 120 può ridurre il rischio di infarto e ictus

Pressione arteriosa, perché puntare sotto 120 può ridurre il rischio di infarto e ictusPressione arteriosa, perché puntare sotto 120 può ridurre il rischio di infarto e ictus

Pressione arteriosa, quanto deve esser bassa per tutelare la propria salute? Il rischio infarto e ictus scende notevolmente con il giusto valore.

La domanda torna spesso davanti al misuratore: fin dove conviene far scendere la pressione arteriosa? Per chi vive con l’ipertensione, il punto non è astratto. In mezzo ci sono farmaci, controlli, numeri che cambiano e, a volte, anche qualche capogiro quando ci si alza troppo in fretta. Uno studio del Brigham and Women’s Hospital di Boston riporta l’attenzione su una soglia precisa: tenere la pressione sistolica sotto i 120 mmHg potrebbe tagliare più di altri obiettivi il rischio di infarto, ictus e insufficienza cardiaca.

Boston riapre il dossier: da dove arriva la soglia dei 120 mmHg

La soglia dei 120 millimetri di mercurio non salta fuori dal nulla. I ricercatori del Brigham and Women’s Hospital, guidati da Karen Smith, hanno pubblicato su Annals of Internal Medicine una nuova analisi costruita su dati già considerati solidi, compresi quelli del Systolic Blood Pressure Intervention Trial (SPRINT), del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES) e di altri studi clinici ed epidemiologici.

La domanda era semplice: che cosa cambia davvero quando si confrontano target sistolici diversi, cioè meno di 120, meno di 130 e meno di 140 mmHg? Per rispondere sono stati usati modelli matematici in grado di stimare gli effetti cardiovascolari nel lungo periodo. Con un dettaglio tutt’altro che secondario: la pressione non si misura mai in modo perfetto. Basta poco per alterare il valore — la fretta, un bracciale messo male, i cinque minuti di riposo saltati — e quel numero può cambiare sia la lettura del rischio sia le decisioni successive.

Sotto 120, 130 o 140: che cosa cambia per infarto, ictus e cuore

Il dato che pesa di più è questo: un obiettivo sistolico sotto i 120 mmHg appare legato alla prevenzione di più eventi cardiovascolari rispetto ai target di 130 o 140 mmHg. In concreto, vuol dire meno possibilità, nel tempo, di andare incontro a infarto, ictus e insufficienza cardiaca. Non solo.

Secondo lo studio, questa scelta avrebbe anche un rapporto costo-efficacia favorevole, stimato in circa 42 mila dollari per QALY (quality-adjusted life year, anno di vita corretto per qualità), uno degli indicatori usati per capire il valore complessivo di un trattamento per la sanità pubblica. Il punto interessante è che il vantaggio resta visibile anche se si tiene conto della fisiologica imprecisione delle misurazioni. Il messaggio, quindi, non è che 130 mmHg sia automaticamente troppo. Piuttosto, per una parte dei pazienti, scendere sotto 120 può dare una protezione in più. Sulla carta sembra uno scarto minimo. Nella pratica può cambiare molto.

Perché non tutti guadagnano allo stesso modo da un target più basso

Qui però arriva il nodo vero. Lo studio ricorda che un trattamento intensivo non va bene per tutti. Abbassare molto la pressione può aiutare sul fronte cardiovascolare, ma può anche aumentare il peso degli effetti collaterali dei farmaci antipertensivi: capogiri, battito rallentato, peggioramento della funzione renale, rischio più alto di cadute. È un passaggio delicato soprattutto negli anziani e nelle persone più fragili, quelle che magari al mattino devono fermarsi un attimo prima di camminare perché sentono la testa leggera o “vedono nero”. In questi casi non conta soltanto il numero finale. Conta anche il prezzo che il corpo paga per arrivarci.

Pressione arteriosa valori corretti

Pressione arteriosa, quali sono i valori corretti per man tenersi in salute (pinkblog.it)

La stessa Karen Smith, nella nota diffusa dall’ospedale del Massachusetts, ha spiegato che puntare a meno di 120 mmHg può prevenire più eventi cardiovascolari e restare una scelta conveniente, ma il rischio di eventi avversi impedisce di trasformare questa soglia in una regola da applicare a tutti. In altre parole, una pressione più bassa non è sempre sinonimo di cura migliore, se nel frattempo il paziente perde stabilità, autonomia o tollera peggio la terapia.

La decisione non la prende un numero: che cosa devono valutare medico e paziente

La scelta di intensificare la terapia dovrebbe nascere da un confronto vero tra medico e paziente, non da un valore letto da solo. Sul tavolo devono finire almeno quattro aspetti: il rischio cardiovascolare individuale, la tolleranza ai farmaci, l’eventuale presenza di altre malattie e la qualità della vita quotidiana. Per qualcuno arrivare sotto i 120 mmHg può essere un vantaggio netto. Per altri, invece, può avere più senso fermarsi a un obiettivo meno spinto ma più sostenibile.

Conta molto anche come viene misurata la pressione a casa: valori presi di corsa, dopo il caffè o mentre si risponde al telefono possono portare a correzioni inutili della terapia. La cura dell’ipertensione resta uno dei campi in cui personalizzare conta davvero. Serve per evitare sia il sottotrattamento sia l’eccesso opposto. La soglia dei 120 mmHg, alla luce dei dati di Boston, è un riferimento serio. Ma non va inseguita come un voto da raggiungere a tutti i costi. Il punto è capire quando quel numero protegge davvero e quando, invece, rischia di pesare più dei benefici che promette.

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