A partire dal 2 luglio nelle sale italiane con Wanted, “Love Letters”, opera prima della regista francese Alice Douard, porta sullo schermo la maternità dentro una coppia lesbica e lo fa partendo da un’esperienza personale precisa: quella, ha raccontato la cineasta all’ANSA, vissuta quando è diventata madre insieme alla sua compagna. Il film, interpretato da Monia Chokri ed Ella Rumpf, guarda all’attesa di una figlia, ai timori che si affacciano quando la nascita si avvicina e, soprattutto, al bisogno di vedersi riconosciuti come famiglia anche fuori dalle mura di casa. Un tema concreto, intimo, eppure capace di parlare a tutti.
Love Letters, il film di Alice Douard arriva nei cinema italiani
Con “Love Letters”, Alice Douard sceglie il tono della dramedy e costruisce un racconto che unisce delicatezza, ironia e piccoli scarti emotivi, senza trasformare mai la vicenda in un manifesto. La storia segue Céline, interpretata da Ella Rumpf, e Nadia, cui dà volto Monia Chokri: sono sposate, si amano, aspettano una bambina. Ma mentre Nadia la porterà in grembo e la partorirà, Céline sente crescere una domanda più scomoda, quasi silenziosa all’inizio: quale sarà davvero il suo posto, agli occhi degli altri e davanti alla legge? È lì che il film prende corpo, e lo fa senza alzare la voce. Douard lo ha spiegato con parole semplici: voleva “esplorare la specificità di queste famiglie”, pur essendo contenta che il risultato venga percepito come “universale”, perché le vertigini della genitorialità, ha detto, riguardano “donne e uomini”, tutti.
La maternità tra amore, legge e sguardo degli altri
Il centro del film sta proprio in quella tensione tra il privato e il pubblico, tra la felicità dell’attesa e il peso di sentirsi osservati. Céline, infatti, non è riconosciuta in modo automatico come madre: una condizione che nel racconto diventa ansia, esitazione, a tratti perfino imbarazzo, perché costringe a spiegarsi proprio mentre ci si prepara ad accogliere una figlia. “Quando si diventa genitori, soprattutto nel caso delle madri, ci si sente sempre sotto osservazione”, ha spiegato Alice Douard, aggiungendo che esiste una pressione diffusa a mostrarsi come una sorta di “madre modello”. Nel caso della protagonista, quella pressione pesa ancora di più perché il riconoscimento arriva solo attraverso un passaggio giuridico, l’adozione della figlia. La regista conosce bene questo snodo: la vicenda nasce anche dalla sua esperienza personale, maturata prima che in Francia, nel 2021, la legge cambiasse permettendo alle coppie omosessuali femminili l’accesso alla procreazione medicalmente assistita e introducendo un meccanismo di riconoscimento congiunto anticipato. Eppure, nel film, il dato normativo non schiaccia mai quello umano. Resta sullo sfondo, incide, ma lascia spazio ai gesti, alle insicurezze, alle frasi non finite.
Il rapporto tra Céline e la madre Marguerite
C’è poi un altro asse, forse il più sottile, che attraversa “Love Letters”: il rapporto tra Céline e sua madre Marguerite, celebre concertista interpretata da Noémie Lvovsky. È un legame pieno di ammirazione e distanza, affetto e risentimento. Ella Rumpf lo ha descritto così: il suo personaggio sente di dover dimostrare continuamente di avere il diritto di essere madre, ma con la propria madre il nodo è diverso, perché tra loro esiste un rapporto “molto complesso”. Céline la guarda come si guarda una figura forte, libera, riuscita; insieme, però, le rimprovera un’assenza antica, qualcosa che si è sedimentato negli anni e che riemerge proprio quando sta per nascere una nuova famiglia. In fondo il film insinua una domanda che resta anche dopo i titoli di coda: esiste un solo modo di essere madre? Secondo alcuni canoni, ha osservato la stessa attrice, Marguerite potrebbe apparire come una madre poco presente; eppure è anche una donna che ha vissuto fino in fondo la propria indipendenza e che ha lasciato alla figlia la libertà di scegliere diversamente. Solo allora, quasi senza proclami, la vicenda si apre a una riconciliazione generazionale.
Da Cannes ai premi del pubblico, il percorso del film
Prima dell’uscita italiana, “Love Letters” ha già costruito un percorso festivaliero solido. Il film ha debuttato nel 2025 a Cannes, nella sezione Semaine de la Critique, e in seguito ha ottenuto, tra gli altri riconoscimenti, i premi del pubblico ai festival di Montreal e Amburgo. Più di recente ha vinto come migliore opera prima a Rendez-Vous 2026, la rassegna dedicata al nuovo cinema francese che si tiene a Roma. Un tragitto che racconta anche la ricezione dell’opera: non solo attenzione critica, ma una risposta calorosa degli spettatori. Douard, del resto, ha rivendicato anche il lato più luminoso del suo film. “Volevo dare risalto anche alla gioia e all’amore”, ha detto, perché al di là delle difficoltà “resta una benedizione poter avere un figlio con qualcuno che ami”. E c’è un altro punto, quasi una dichiarazione d’intenti: da spettatrice, ha confidato, sentiva la mancanza di storie capaci di affrontare questi temi lasciando spazio alla speranza. È probabilmente qui che “Love Letters” trova la sua misura migliore: in un racconto che non nega i conflitti, non addolcisce i passaggi più delicati, ma prova comunque a restituire il senso pieno dell’attesa, dell’amore e della fatica condivisa.











