Capita spesso in modo quasi silenzioso: una visita rimanda di settimane perché non si riesce a trovare chi stia con i bambini, un esame preventivo che slitta perché chiedere permesso in ufficio sembra troppo complicato, una spesa medica che si posticipa perché quel mese il budget è già esaurito. L’accesso alle cure donne in Italia è un tema che riguarda la salute individuale quanto la struttura sociale nel suo complesso — e i dati disponibili suggeriscono che le barriere sono più sistemiche di quanto si voglia ammettere.
Le donne si curano di più, ma non sempre riescono a curarsi
C’è un paradosso al centro di questa questione. Secondo un’indagine IQVIA, le donne effettuano mediamente più controlli preventivi rispetto agli uomini — screening, visite ginecologiche, check-up — eppure sono proprio loro a segnalare con maggiore frequenza ostacoli concreti nell’accedere alle cure. Non si tratta di disinteresse verso la propria salute, ma di un sistema che spesso non tiene conto del modo in cui le donne organizzano — o sono costrette a organizzare — le proprie giornate.
Il punto critico è che le donne, nella maggior parte dei contesti familiari italiani, continuano a svolgere un ruolo di caregiver primario: si occupano dei figli, dei genitori anziani, della gestione domestica. Questo carico — che gli esperti chiamano care burden — non scompare quando si tratta di prendersi cura di sé stesse. Al contrario, diventa un ulteriore elemento da incastrare in un’agenda già satura.
Il peso delle responsabilità familiari sull’accesso alle cure
La figura della donna come “custode del nucleo familiare” è ancora molto radicata in Italia, e le conseguenze pratiche sull’accesso alle cure sono dirette. Organizzare una visita specialistica richiede non solo di trovare uno spazio nell’agenda personale, ma spesso di risolvere una serie di problemi logistici a cascata: chi accompagna i bambini a scuola, chi assiste un genitore non autosufficiente, chi gestisce le commissioni che normalmente ricadono su di lei.
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Non è una questione di volontà: è una questione di struttura. Quando il sistema di welfare non offre supporti adeguati — asili nido accessibili, servizi di assistenza domiciliare, flessibilità lavorativa reale — le donne tendono a rimandare le proprie esigenze sanitarie per rispondere a quelle degli altri. Il rischio è che controlli importanti, come la mammografia, il pap test o la misurazione della pressione arteriosa, vengano posticipati fino a quando il sintomo diventa impossibile da ignorare.
Lavoro, permessi e il costo invisibile di una visita medica
Chiedere un permesso al datore di lavoro per una visita medica è, sulla carta, un diritto. Nella pratica, molte donne — soprattutto quelle con contratti precari, part-time involontario o in contesti lavorativi poco flessibili — riferiscono di sentirsi a disagio nel farlo, o di non poterselo permettere economicamente quando il permesso non è retribuito.
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha esaminato, nel corso della sua 111ª sessione nel 2023, tre convenzioni fondamentali: la Convenzione n. 111 sulla discriminazione, la Convenzione n. 156 sui lavoratori con responsabilità familiari e la Convenzione n. 183 sulla protezione della maternità. Il quadro che emerge da questi strumenti internazionali è chiaro: senza tutele reali per chi ha carichi familiari, la parità di accesso ai servizi — compresi quelli sanitari — rimane formale più che sostanziale.
A questo si aggiunge la componente economica. Le visite specialistiche private hanno costi che, in molte aree d’Italia, si collocano su fasce non trascurabili. Quando i tempi di attesa nel sistema pubblico si allungano — e in alcune regioni si parla di mesi per uno specialista — molte donne si trovano di fronte a una scelta difficile: aspettare oppure pagare. Chi ha redditi più bassi, o chi ha già sostenuto spese per la cura dei familiari, spesso sceglie di aspettare. E aspettare, in medicina preventiva, può avere conseguenze.
Il gender gap nella ricerca medica: un problema strutturale
C’è un’altra dimensione dell’accesso alle cure donne che viene spesso trascurata nel dibattito pubblico: il gender bias nella ricerca clinica. Secondo i dati disponibili, nei protocolli sperimentali oncologici in media tra il 70 e l’80 per cento dei pazienti arruolati sono uomini, e solo tra il 20 e il 30 per cento sono donne. Questo squilibrio non è privo di conseguenze: farmaci e terapie sviluppati e testati prevalentemente su uomini possono avere efficacia o effetti collaterali diversi nelle donne, senza che questo venga adeguatamente documentato.
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Il problema non riguarda solo l’oncologia. Il gender bias in medicina si manifesta anche nella sottostima dei sintomi femminili, nella tendenza storica a interpretare il dolore delle donne come psicosomatico, e in diagnosi che arrivano mediamente più tardi rispetto agli uomini per alcune patologie cardiovascolari o autoimmuni. Tutto questo contribuisce a creare un sistema in cui le donne non solo incontrano più ostacoli pratici nell’accedere alle cure, ma a volte ricevono cure meno calibrate sulle loro specificità biologiche.
Comunicazione e consapevolezza: strumenti che ancora mancano
Una delle leve su cui si può agire — in attesa di riforme strutturali più ampie — è quella della comunicazione. Roberta Siliquini, presidente del Consiglio Superiore di Sanità, ha sottolineato l’importanza di promuovere iniziative di comunicazione adeguata e di sensibilizzazione sulla salute femminile. Non si tratta di campagne generiche, ma di messaggi che raggiungano le donne nei contesti in cui vivono — il posto di lavoro, i servizi territoriali, le piattaforme digitali — e che le aiutino a riconoscere i propri diritti sanitari come priorità, non come optional.
Informare significa anche rendere visibili le risorse disponibili: i servizi dedicati alla salute della donna del Ministero della Salute offrono un punto di partenza per orientarsi tra screening gratuiti, consultori e percorsi di prevenzione. Ma la conoscenza di questi strumenti non è uniforme sul territorio, e chi vive in aree meno servite o ha meno dimestichezza con il sistema sanitario parte svantaggiata.
Cosa serve davvero per abbattere le barriere
Non esiste una soluzione singola. Migliorare l’accesso alle cure per le donne richiede interventi su più livelli: politiche di welfare che alleggeriscano il carico di cura non retribuita, flessibilità lavorativa che non penalizzi chi ha responsabilità familiari, riduzione delle liste d’attesa nel sistema pubblico, e una ricerca medica che includa le donne in modo proporzionale e rappresentativo.
A livello individuale, riconoscere il valore della propria salute — non come gesto egoistico ma come condizione necessaria per essere presenti per gli altri — è già un primo passo. Ma è un passo che diventa molto più difficile quando il contesto non lo supporta. La salute delle donne non è una questione privata: è un indicatore della qualità di un sistema che, su questo fronte, ha ancora molto lavoro da fare.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

